In Italia il consumo di alcol coinvolge milioni di persone e rappresenta una delle principali minacce per la salute pubblica. Dai giovani agli anziani, le fasce più vulnerabili sono sempre più esposte a comportamenti a rischio e a conseguenze gravi, spesso sottovalutate. Ne parliamo con Emanuele Scafato, ora consulente all’OMS di Ginevra e membro dell’Advisory Board della SIA, Società Italiana di Alcologia, che analizza numeri, criticità e strategie di prevenzione, evidenziando i limiti del sistema sanitario e l’urgenza di interventi più efficaci.

Prof. Scafato, qual è oggi la fotografia più aggiornata del consumo di alcol in Italia?

I nuovi dati verranno presentati come di consueto il 16 aprile prossimo, in ISS, nell’Alcohol Prevention Day che quest’anno compie i 25 anni. Secondo i dati ad oggi disponibili (2023), nel nostro Paese il consumo di alcol riguarda circa 36 milioni di persone, di cui 20 milioni uomini e 16 milioni donne. Tra questi, oltre 8 milioni sono consumatori a rischio: 5,5 milioni uomini e 2,5 milioni donne. Le fasce più preoccupanti sono i giovani tra 11 e 24 anni, con oltre 1,2 milioni di consumatori a rischio di cui 600 mila minori, e gli over 65, che superano i 2,5 milioni. Si tratta di categorie particolarmente vulnerabili perché hanno un’assente o minore capacità di metabolizzare l’alcol. Un dato allarmante riguarda poi il consumo finalizzato all’ubriacatura da anni in forte, incontrastato aumento: oltre 4 milioni di persone sono binge-drinkers che bevono deliberatamente per ubriacarsi (più di 6 bicchieri in poche ore), tra questi oltre 74 mila minori e 590 mila18-24enni. Ogni anno si registrano oltre 40 mila accessi al pronto soccorso legati all’alcol, ma solo 2mila dei 74mila minorenni intossicati dall’alcol ne fa ricorso, rivelando un’incorretta gestione di una condizione urgente, potenzialmente fatale per evoluzione in coma etilico di triste frequenza nelle cronache; non esistono peraltro protocolli nel SSN a loro tutela che verifichino, dopo la disintossicazione, se si sia trattato di un evento occasionale o ripetuto per garantire interventi adeguati. I consumatori dannosi, che superano 40 grammi di alcol, se femmine, 60 grammi se maschi, sono circa 780 mila, tutti in necessità di trattamento, ma il SSN, nei servizi territoriali e nelle alcologie sempre più in affanno, ha in carico solo 68 mila casi, non garantendo cure al 92% di chi ne avrebbe bisogno, una disuguaglianza mostruosa denunciata da anni senza alcuna attivazione. Vorrei sottolineare che è sempre importante parlare di “disturbo da uso di alcol” e non di abuso, perché si tratta di una vera e propria condizione clinica, sottovalutata, che riguarda la salute mentale delle persone, fortemente stigmatizzata tanto che l’alcol, a causa della sua negletta prevenzione, interferita secondo l’OMS dall’industria, causa ogni anno 30.000 morti, 82 al giorno.

Perché non tutti i consumatori a rischio diventano alcol dipendenti?

Non tutti sviluppano dipendenza perché entra in gioco la capacità di controllo, che, ad esempio, nei giovani si sviluppa progressivamente a partire dai 12 anni completandosi a 25 anni quando il cervello matura se non si è fatto uso di alcol che cristallizza la capacità cognitiva in una modalità adolescenziale, impulsiva, incontrollata, rispetto a quella razionale, controllata propria dell’adulto sano. I giovani hanno già una bassa percezione del rischio che l’alcol abbassa ancora di più, anche in piccole quantità. Bere alcol induce piacere e, se bevuto con finalità di raggiungimento dell’euforia necessità quantità crescenti esattamente come le droghe.

C’è un dato che più di altri dovrebbe farci riflettere?

I dati più preoccupanti riguardano tre categorie vulnerabili: giovani, donne e anziani. Per i minori, l’obiettivo indicato dalla Risoluzione del 2022 del Parlamento Europeo per la lotta al cancro, ancora non recepito in Italia, è chiaro: implementare una strategia alcol zero. L’alcol rappresenta infatti la prima causa di morte tra i giovani in Italia, soprattutto per incidenti stradali e comportamenti a rischio. Le donne sono un altro gruppo critico: hanno capacità metabolica dimezzata rispetto agli uomini. Già con il secondo bicchiere aumenta del 27% il rischio di tumore al seno. In Italia, su 10 mila nuovi casi annui di tumori correlati all’alcol, oltre 3.200 riguardano le donne, e circa 2.300 sono tumori al seno causati nel 45% da consumi moderati, di meno di 2 bicchieri. Inoltre, cresce il consumo fuori pasto: una donna su quattro beve lontano dai pasti, aumentando ulteriormente i rischi. Paradossalmente questo messaggio è poco veicolato e diffuso in tutte le varie “Race for the cure” che perdono l’opportunità di sensibilizzare le donne, specie quelle mastectomizzate a non bere alcolici. Forse si vedrebbero meno donne, alla fine delle race brindare con alcolici che è un controsenso della loro stessa, malintesa prevenzione. Non solo: sarebbe opportuno ricordare a tutti che il messaggio del Codice Europeo contro il Cancro è “Evita le bevande alcoliche”, non esistendo livelli sicuri di consumo per qualunque tipo di bevanda, vino e birra inclusi e anche i maschi con secondo bicchiere incrementano del 21% il rischio di cancro del colon-retto. Gli ultra65enni non dovrebbero bere più di 1 bicchiere al giorno, perdono la capacità di metabolizzare l’alcol che deve essere interrotto se si usano farmaci e se si hanno malattie che impongono l’astensione dal bere, i PS sono pieni di incidenti domestici causati dal bere.

E allora come si può fare prevenzione?

L’evidenza scientifica dimostra che “bere responsabilmente” è un messaggio da non usare, abusa della capacità cognitiva incontrollata e della mancanza di capacità critica dei minori e dei giovani, anzi lascia ambiguamente ritenere che possa essere ammissibile per loro un livello di bere lì dove le linee guida nutrizionali chiariscono i giovani significa non devono bere alcolici fino ai 18 anni, ci sono leggi che vietano loro vendita e somministrazione, ed meglio astenersi sino ai 21-25 anni. Non superare mai le linee guida nutrizionali, evitare gli eccessi e consumare alcol solo durante i pasti è buon senso; il fegato metabolizza, dopo i 18-21 anni, 6 grammi di alcol all’ora, quindi sommare due bicchieri in un ora (24 grammi) satura i meccanismi di smaltimento lasciando circolare alcol che, soprattutto nei giovani, agisce sul cervello liberandolo da quelle poche inibizioni tipiche dell’età evolutiva, abbassando ancor di più le già basse percezioni del rischio, esponendo ad azioni irrazionali, incontrollate e spesso fatali, come non fuggire dinanzi a un incendio, pensiamo alla recente strage di Crans Montana di Capodanno. Uno strumento semplice ed efficace di prevenzione, scarsamente implementato nella pratica clinica, è il test AUDIT, che con poche domande permette di individuare i comportamenti a rischio. Se utilizzato correttamente, insieme a interventi di counseling di 10 minuti, potrebbe ridurre immediatamente di 1 milione gli 8 milioni di consumatori a rischio. Tuttavia, solo il 37% dei medici lo conosce e lo utilizza, pur essendo l’intervento più efficace e a costo zero. In trent’anni abbiamo formato nei corsi IPIB (Identificazione Precoce e Intervento Breve) migliaia di medici, siamo disponibili a svolgerli ovunque ci venga richiesto, ma, non essendo il training reso obbligatorio, siamo ben distanti dalla massa critica di operatori sanitari che con questi strumenti potrebbero aiutare milioni di persone e di famiglie, alleggerendo significativamente il sistema sanitario e i costi dell’alcol per la società.

Quanto pesa l’alcol sul sistema sanitario?

L’impatto è enorme: in Italia l’alcol costava nel 2010 circa 25 miliardi di euro l’anno tra spese sanitarie e costi sociali. Oggi sono fortemente aumentati e comunque incidenti per l’OCSE per l’1% circa della spesa sanitaria italiana (oltre 1 miliardo di euro), sottraendo 12 miliardi di PIL (-0,7%) che non coprono i costi dell’alcol e impongono una tassa di 23 euro pro-capite per ogni contribuente: una diseconomia. A fronte di questo, la spesa per la prevenzione è stata progressivamente ridotta al minimo seguendo logiche di convenienza economica imposte dalle lobbies in tutto il mondo.

SaluteIn

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