Presidente Vento, lei è professionalmente a continuo contatto con le giovani generazioni. Un mondo in formazione, che troppo spesso trova nell’alcol una via di fuga e una fuorviante identità collettiva…

“Il consumo di alcol nella fascia adolescenziale è un dato di fatto inconfutabile. Frequentando, come Osservatorio sulle Dipendenze le scuole romane ed anche della Campania, in collaborazione con l’Ordine dei Medici di Roma, rileviamo un consumo e un abuso di alcol, diffusi capillarmente, soprattutto nella modalità del binge drinking, ovvero del bere abbuffandosi e nel fine settimana. Le conseguenze, come sappiamo, non si limitano all’aspetto psichiatrico e comportamentale, ma invadono anche quello delle patologie cliniche alcol correlate. Si comincia a bere essenzialmente per emulazione. A questo proposito, balza agli occhi che la maggioranza dei ragazzi che incontriamo è fermamente convinta che tutti gli altri bevano, mentre, invece, c’è ancora una sostanziosa fetta di ragazzi che non bevono mai o lo fanno eccezionalmente. La convinzione che tutti bevano è un falso mito duro a morire, che naturalmente serve a moltiplicare il fenomeno, perché, se tutti bevono, perché non dovrei farlo anch’io. E chi non è con la stragrande maggioranza, si sente un outsider che non merita di essere incluso nel gruppo sociale di riferimento”.

Qual è nel vostro modus operandi il primo approccio con i ragazzi che incontrate?

“Iniziamo a dare subito loro una serie di informazioni, capaci di aumentare la consapevolezza sulle problematiche alcol correlate. Aiutiamo i ragazzi a sviluppare maggiori competenze e abilità sociali per far sì che non si sentano obbligati ad adeguarsi passivamente alle regole dettate e, in qualche misura imposte dal gruppo, esortandoli a diversificarsi. L’uscita dal coro è sicuramente favorita dalla frequenza degli incontri, che non sono episodici, ma si protraggono per l’intero anno scolastico, come un affiancamento prolungato, seppur necessariamente intermittente, che li aiuta a sviluppare la fondamentale competenza del saper dire di no, nel momento in cui la pressione dei pari e del gruppo spinge verso modelli del bere da imitare e perseguire tutti insieme”.

C’è bisogno di leader alternativi di saggezza?

“Sì, l’obiettivo è proprio quello di fare emergere un leader carismatico, capace di comprendere e far comprendere quanto ci sia di dannoso nell’abbuffata alcolica, una peer education (educazione tra pari), che ci aiuti nel nostro scopo, che altrimenti rischia di essere percepito come qualcosa di estraneo e pretenzioso, che parte dall’alto e ricade nel vuoto”.

Istinto emulativo a parte, vi dicono perché bevono?

“I motivi per cui i ragazzi bevono sono molteplici. È un mosaico di motivazioni diverse. Alcune hanno a che fare con il disagio, in primis con l’ansia sociale. Se a 15 anni sono ansioso e scopro che bevendo una birra lo sono temporaneamente di meno, sono tentato di continuare. Un’altra motivazione trascinante è quella della ricerca di emozioni forti, di stati d’animo emotivamente intensi, che ti portano a inseguire qualcosa che risulti attivante, stimolante ed euforizzante. Ci possono essere anche motivazioni legate alla spinta diretta dei pari. Il leader del gruppo invita a bere e tutti si adeguano per il piacere di essere allineati e, in qualche misura, protetti. Ci sono ovviamente anche spinte etnoculturali: ad esempio se nella mia famiglia si beve da sempre e mi hanno insegnato che è una cosa non riprovevole, ma giusta e sacrosanta”.

Sono tutte motivazioni incoraggiate dall’effetto a caldo?

“Il problema a monte sta effettivamente nell’effetto acuto dell’alcol, che è indubbiamente socializzante e risalassante e idoneo a stemperare tensioni, ma già dopo poche ore, quella sensazione positiva e appagante si trasforma nel boomerang dell’esatto contrario, laddove ad aumentare in modo incontrollato e incontrollabile sono proprio l’ansia e la depressione da cui bevendo si voleva fuggire”.

SaluteIn

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