In Italia la grande maggioranza delle donne continua a partorire negli ospedali pubblici, ma il quadro complessivo dell’evento nascita resta segnato dal calo della natalità e da un ricorso al taglio cesareo ancora elevato. È quanto emerge dal più recente Rapporto Cedap del Ministero della Salute. Secondo i dati il 90,7% dei parti avviene negli istituti di cura pubblici o equiparati, mentre il 9,1% si svolge nelle case di cura e una quota minima (0,12%) in altre sedi, come il domicilio. La maggior parte delle nascite è concentrata in strutture di grandi dimensioni: oltre il 60% dei parti avviene infatti in punti nascita con almeno mille parti l’anno, segno di una progressiva centralizzazione dell’assistenza.
Il rapporto conferma inoltre il perdurare dell’“inverno demografico”. Nel 2024 i nuovi nati sono scesi a circa 370 mila, il minimo storico per il Paese, proseguendo una tendenza negativa ormai pluriennale. A incidere sono diversi fattori: l’età sempre più avanzata delle madri — oltre 33 anni in media per le italiane — e la riduzione delle donne in età fertile. Un nodo critico resta il ricorso al taglio cesareo, che continua a interessare circa tre parti su dieci, una quota considerata ancora superiore agli standard raccomandati a livello internazionale.
Il dato mostra ampie differenze territoriali e segnala la necessità di rafforzare politiche cliniche e organizzative orientate all’appropriatezza. Nel complesso il Rapporto fotografa un sistema nascita fortemente ospedalizzato e concentrato in grandi strutture, ma alle prese con due criticità strutturali: la denatalità e l’elevato ricorso al cesareo. Due tendenze che, secondo gli esperti, richiedono interventi coordinati sia sul fronte demografico sia su quello dell’organizzazione dei percorsi nascita, per garantire sostenibilità e qualità dell’assistenza nei prossimi anni.

