La procreazione medicalmente assistita (PMA) sta diventando una componente sempre più rilevante del percorso verso la genitorialità. I dati della più recente Relazione al Parlamento indicano infatti che nel 2023 sono nati oltre 17 mila bambini grazie a queste tecniche, segno di un ricorso ormai strutturale alla medicina riproduttiva. La crescita dei trattamenti e dei nati da PMA riflette un bisogno sociale profondo: sempre più coppie si affidano alla scienza per realizzare il progetto di avere un figlio. Il fenomeno rappresenta anche una risposta, almeno parziale, all’inverno demografico che attraversa il Paese. Tuttavia, dietro l’aumento dei numeri emergono criticità che mettono sotto pressione il sistema.
Il principale punto debole resta il momento in cui le donne accedono ai percorsi di fertilità. In Italia l’età media per iniziare un ciclo con ovociti propri è 36,7 anni, più alta rispetto alla media europea di circa 35 anni. Questa differenza, apparentemente contenuta, incide in modo significativo sulle probabilità di successo. In molti casi l’infertilità non dipende da patologie specifiche ma semplicemente dall’avanzare dell’età, che riduce la qualità ovocitaria. Proprio il ritardo nell’accesso alle cure spiega l’aumento della fecondazione eterologa. Quando si utilizzano ovociti donati, l’età media delle pazienti arriva a 41,8 anni, segnale di percorsi intrapresi spesso quando la fertilità naturale è già fortemente ridotta. Per molte donne questa diventa l’unica possibilità concreta di gravidanza.
Il quadro che emerge è quindi ambivalente: la PMA si conferma uno strumento fondamentale per la natalità italiana, ma il sistema mostra elementi di fragilità legati soprattutto alla diagnosi tardiva dell’infertilità e ai tempi di accesso. Secondo gli esperti, servono più informazione, prevenzione e politiche di supporto alla fertilità per evitare che la medicina riproduttiva diventi sempre più una corsa contro il tempo.

