Intervista esclusiva di Antonello Sette a Teresa Ravizza, Capo dell’Unità di Comunicazione Glio-neuronale e Biomarcatori del Laboratorio di Epilessia e Strategie Terapeutiche dell’Istituto Mario Negri di Milano

Dottoressa Ravizza, quali erano i presupposti di partenza della ricerca che, in collaborazione con il Gaslini di Genova, aveva portato a termine con risultati più che incoraggianti?

“Sono due le fondamentali richieste cliniche a cui la ricerca di base sta cercando di dare una spiegazione. La prima richiesta è quella di identificare i trattamenti capaci di risolvere la farmacoresistenza, dal momento che, nonostante siano disponibili molti farmaci anticrisi, il 30 per cento dei soggetti con epilessia non risponde alla terapia e continua ad avere le convulsioni. La seconda richiesta clinica parte dalla constatazione che i farmaci a disposizione, laddove funzionano, sono sintomatici, ovvero sono in grado di controllare le crisi, ma non di interferire sui processi responsabili dell’insorgenza dell’epilessia, o di arrestare in modo sostanziale la progressione della malattia”.

Quali sono le risposte che la ricerca di base cerca di dare a queste due richieste cliniche?

“Dobbiamo partire dalla nuova prospettiva che in qualche modo, nell’ultimo periodo, ha cambiato le carte in tavola. L’epilessia non è più considerata una malattia che coinvolge solo il cervello, ma anche gli organi periferici. Stanno infatti emergendo evidenze che indicano con chiarezza che i soggetti con epilessia hanno disfunzioni anche a livello cardiaco, polmonare e, soprattutto, gastrointestinale. A partire da quest’ultima accertata evidenza, il nostro Laboratorio e altri centri di ricerca hanno cominciato a studiare se l’intestino e il suo microbiota, ovvero i microrganismi che lo popolano, possono avere un ruolo attivo nell’epilessia. È questo il background che sta alla base della ricerca che abbiamo intrapreso con la preziosa collaborazione dell’Istituto Gaslini di Genova e con l’Università di Genova”.

Qual è il primo step che avete affrontato?

“Abbiamo innanzitutto caratterizzato il cosiddetto asse intestino-cervello, ovvero messo a fuoco il modo in cui l’intestino comunica con il cervello e viceversa. Abbiamo provato a capire se negli animali con epilessia farmacoresistente ci fossero disfunzioni a livello intestinale e se la composizione del microbiota cambia (fenomeno noto come disbiosi intestinale). Il responso è stato positivo: nel modello animale di malattia c’è disbiosi intestinale e si sviluppano disfunzioni intestinali, validando evidenze già dimostrate nei soggetti con epilessia. La disbiosi include anche una forte riduzione dei batteri che producono gli acidi grassi a catena corta, evidenziata anche nei soggetti con epilessia. Gli acidi grassi a catena corta sono molecole generate dai batteri intestinali partendo dalle fibre che noi ingeriamo con la dieta. L’aspetto interessante degli acidi grassi a catena corta è che non solo svolgono un ruolo importante a livello periferico, regolando ad esempio l’infiammazione, ma possono attraversare la barriera emato-encefalica, entrare nel cervello e avere degli effetti antiinfiammatori. Nel nostro Laboratorio abbiamo dimostrato, ormai da anni, che l’infiammazione a livello cerebrale è uno dei meccanismi che contribuiscono all’insorgenza dell’epilessia”.

È partendo da questa consolidata verità che siete arrivati a dama?

“Partendo dai meccanismi d’azione degli acidi grassi a catena corta, e constatando che negli animali con epilessia i batteri che li producono sono ridotti, abbiamo pensato di effettuare un trattamento farmacologico negli animali, somministrando cronicamente una miscela di acidi grassi a catena corta, utilizzando un modello di epilessia farmacoresistente. Quello che abbiamo scoperto è che il trattamento con gli acidi grassi a catena corta ha ridotto di circa il 70% la progressione delle crisi epilettiche, migliorando inoltre le capacità cognitive e riducendo sia il danno ai neuroni sia i marcatori dell’infiammazione nell’ippocampo, una regione cerebrale coinvolta nell’epilessia. È importante sottolineare che tutti questi effetti terapeutici sono associati a un miglioramento delle disfunzioni a livello intestinale”.

Siamo ancora nel campo degli studi preliminari?

“Sì, è uno studio preclinico, effettuato sugli animali, ma noi siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti e pensiamo che ci siano tutte le premesse per un passaggio dal laboratorio alla clinica nei soggetti con epilessia come terapia aggiuntiva a quella attualmente in uso. A confortarci è anche l’evidenza che gli acidi grassi a catena corta sono già stati utilizzati per altre patologie neurologiche e non hanno mai dato alcun segno di tossicità”.

Condividi su:

Iscriviti alla Newsletter

    Sei un Medico? SiNo