Intervista esclusiva di Antonello Sette al Direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano Giuseppe Remuzzi

Professor Remuzzi, l’ultima variante del virus Ebola, chiamata Bundibugyo, si sta diffondendo in un’ampia zona della Repubblica Democratica del Congo, seminando terrore e sempre più vittime. Il contagio può emigrare sino a noi?

“Sappiamo che Ebola è una malattia molto contagiosa e spesso letale. È stata descritta per la prima volta nel 1976 e da allora si sono succedute quaranta epidemie. Questa è nel solo Congo la diciassettesima, associata a una mortalità del cinquanta per cento. Bundibugyo è preoccupante perché non c’è una cura e, oltretutto, è molto difficile contenerne in loco la diffusione. Il vaccino esistente, che si chiama Ervebo, non funziona per quest’ultima variante, anche se è prevedibile che ne arriverà presto uno specifico”.

L’individuazione del virus è stata tempestiva?

“Purtroppo il virus ha circolato per settimane prima di venir identificato, nonostante i sistemi di sorveglianza del Congo siano, checché se ne possa pensare, molto sofisticati, anche a seguito delle precedenti esperienze con Ebola. Però nella provincia dell’Ituri, il virus si è pericolosamente propagato, all’inizio hanno pensato che fosse malaria o qualche altra malattia, perché i sintomi iniziali del virus si confondono molto facilmente con quelli di altre patologie. Hanno fatto un test, hanno visto che non era la variante più frequente di Ebola e hanno pensato fosse qualcosa di diverso. Solo dopo quattro settimane hanno inviato i campioni alla capitale Kinshasa, dove è stata identificato la variante Bundibuyo”.

Che cosa hanno deciso di fare a quel punto?

“Accertato che non era disponibile né il vaccino, né anticorpi monoclonali efficaci, l’unica cosa da fare era il contact tracing, ovvero il tracciamento di tutte le persone che erano entrate in contatto con il malato, ma si è, però, da subito rivelata un’impresa improba. In quella zona è in atto un sanguinoso conflitto con la confinante Uganda ed è obiettivamente impossibile anche solo pensare a un tracciamento. Al di là della guerra, ci sono operai che lavorano nelle miniere d’oro in condizioni drammatiche, anche senza essere malati. A favorire il contagio, prima a Bunia e poi in tutte le zone limitrofe, sono le tradizioni funerarie, che prevedono il lavaggio del cadavere, come forma di omaggio e saluto alla persona deceduta. A monte persiste una generale sfiducia verso il sistema sanitario, a partire da quelli di importazione estera. Sono in tanti a ritenere, a ragione, che ci si ammala molto più facilmente in ospedale che fra le mura domestiche. Restano a casa, dove contatti sono ovviamente molto frequenti. Non a caso, quella in atto è stata anche chiamata malattia della compassione, perché il contagio colpisce madri e figli, mogli e mariti, compagni di vita, fratelli e sorelle”.

La comunità internazionale è rimasta, se ho capito bene, a guardare…

“La comunità internazionale sostanzialmente non è stata d’aiuto. Se invece che nella Repubblica Democratica del Congo fosse accaduto in Europa o negli Stati Uniti, il problema sarebbe già stato risolto o almeno avviato a soluzione. L’errore da evitare è quello di pensare che una questione lontana non ci può riguardare. Penso che tutti dovremmo, invece, fare la nostra parte e il massimo sforzo per supportare le popolazioni investite dal contagio. Dovrebbe essere considerata un’opportunità per capire quanto è importante lavorare tutti insieme per contenere questa e qualsiasi altra epidemia. Le cito un caso specifico, che ci fa capire quanto di straordinario può accadere se ci si muove e ci si organizza. Nel Texas, grazie all’intelligenza artificiale, sono stati identificati 18 possibili antivirali mirati proprio alla variante Bundibugyo. E proprio in questi giorni sono ritornati a Roma medici e tecnici dello Spallanzani, che in Congo hanno preso contatto con le organizzazioni sanitarie per capire insieme a loro qual è la strada migliore da percorrere. È un dialogo di collaborazione sanitaria e di civiltà che dovrebbe impegnare tutti i Paesi e tutti gli uomini di buona volontà. E, invece, gli Stati Uniti hanno scelto di interrompere molti dei finanziamenti già stanziati. Il best sistem control americano ha perso nell’ultimo periodo tremila unità lavorative di grande competenza. Un ridimensionamento, che è figlio non solo di una politica egoista, ma anche di un deplorevole autolesionismo. Se non ci occupiamo di quelle popolazioni geograficamente lontane, come se fossero quelle di casa nostra, il rischio che Bundibugyo si diffonda può diventare concreto e significativo”.

Quale dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale in questo momento?

“Bisognerebbe arrivare nel più breve tempo possibile a un test diagnostico, come è avvenuto per il Covid, che è quasi più importante di un vaccino. Se non riusciamo a contenere la diffusione, nessuna conseguenza è escludibile a priori. Le persone viaggiano e il mondo reale è diventato piccolo”.

La migrazione del virus verso l’Europa e l’Italia è, quindi, un evento possibile?

“Secondo l’OMS e sulla base di quello che sappiamo, la diffusione in Europa è improbabile, soprattutto perché questa malattia non si trasmette per via respiratoria, ma solo con il contatto diretto, con i fluidi corporei e con i vestiti. È pur vero, però, che siamo di fronte a un virus RNA che ha la possibilità di mutare e, sotto altra forma, far male. Mi consenta, un’ultima considerazione a cui tengo particolarmente. Il Covid ci ha lasciato in eredità un insegnamento fondamentale. Noi che facciamo questo lavoro dobbiamo essere capaci di comunicare l’incertezza, che è un bene assai più prezioso di quanto comunemente si pensi. In questo momento non c’è un reale motivo di preoccupazione, né in Europa, né in Italia, ma tutto può cambiare. Certezze assolute in questo campo non esistono”.

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