Intervista esclusiva di Antonello Sette a Fabrizio Ernesto Pregliasco, Direttore della Scuola di Specializzazione di Igiene e Medicina Preventiva presso l’Università di Milano e Direttore Sanitario IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio

Professor Pregliasco, i dati dell’OMS sono deplorevolmente ballerini, ma la Repubblica Democratica del Congo è stata sicuramente attraversata da un focolaio di una variante del virus Ebola. Che cosa può accadere nel breve e medio periodo?

“La situazione è al momento molto difficile da comprendere. L’unica certezza è che la punta dell’iceberg della diffusione è interna a venti di guerra, perché si sta diffondendo nei territori della Repubblica Democratica del Congo più vicini all’Uganda, dove impazza una guerra crudele e sanguinosa. È evidente che in un contesto come questo ogni stima epidemiologica va presa con il beneficio d’inventario”.

Non bastasse la guerra, a complicare e rendere più fosco il quadro ci sono abitudini e usanze molto distanti da quelle del mondo occidentale…

“A rendere più difficile la percezione della situazione è innanzi tutto la paura, individuale e sociale. Si ha paura delle stigmate della malattia che, una volta accertata, esclude automaticamente le vittime dalla loro comunità, avviandole a un destino d’impietoso abbandono. E, dramma nel dramma, c’è una terribile modalità vigente in quel contesto, che prevede l’abluzione e il lavaggio delle salme, come forma di ultimo saluto alla persona defunta. Purtroppo, in una malattia come questa, il cadavere è ancora pericolosamente contagioso. Tant’è che è rimbalzato anche sui media un episodio recente, laddove un ospedale da campo è stato incendiato dai parenti che non capivano per quale misteriosa ragione non veniva restituito loro il corpo del loro caro e negata la possibilità dell’estremo saluto. È una concentrazione di ignoranza, pregiudizi, difficoltà di comunicazione con la popolazione e la scarsità, quando non l’assenza tout court di opportunità di cure, a rendere in qualche modo indecifrabili la dimensione e la gravità di quest’ultima variante del virus di Ebola, denominata Bundibugyo, per cui non c’è ancora una terapia consolidata con anticorpi monoclonali, come per la variante Zaire, che ha provocato undicimila morti su trentamila casi complessivi. Non è in ogni caso un’emergenza minimale, come è stata, ad esempio, quella dell’Hantavirus, registrata sulla nave da crociera partita dal porto argentino di Ushuaia il primo aprile 2026, il cui ridimensionamento è stato sicuramente favorito dalla possibilità di intervenire in una situazione conosciuta e dal conseguente isolamento di tutte le persone sospette”.

Che cosa ci aspetta? C’è la possibilità che il contagio si propaghi sin dentro i nostri confini?

C’è il rischio concreto di casi d’importazione e bene ha fatto l’Italia, che rovesciando un approccio che chi è ora al Governo giudicava dall’opposizione troppo rigido, ha dato ferme e giuste indicazioni di sorveglianza e obbligo di segnalazione nei confronti di chi per qualsiasi ragione provenga dalle zone a rischio con, nei casi previsti, un obbligatorio periodo di isolamento. E bene ha fatto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a richiamare l’importanza di un’azione europea comune, per fare in modo che ci sia una risposta coordinata ed efficace”.

Se non sbaglio, non tutti i potenti del mondo hanno seguito con altrettanta avvedutezza…

“Trovo francamente mostruoso quello che stanno facendo gli Stati Uniti d’America su vari fronti. Un concorso di colpa nella diffusione della variante Bundibugyo è legato alla scelta dell’amministrazione Trump di dismettere gli aiuti e l’attività in loco. Terribile è anche quello che è stato stabilito nei confronti di due loro concittadini, a cui è stato impedito di rientrare in patria. Sono entrambi ricoverati in Europa, uno a Praga e l’altro a Berlino. Come se tutto questo non bastasse, l’amministrazione trumpiana ha fatto un’altra cosa poco chiara, per non dire inaccettabile, qual è la contestata pretesa di costruire un ospedale in Kenya, off limits per chi non fosse cittadino americano. Al rifiuto keniota di diventare una base medica riservata a pazienti di altre nazioni, hanno dovuto ripiegare su un fronte comune di cittadini americani e kenioti, trattatati nello stesso modo, già prima della malattia conclamata, nelle fondamentali fasi della sorveglianza e dell’isolamento”.

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