Intervista esclusiva di Antonello Sette a Giusi Santangelo, Dirigente Medico di Ginecologia e Ostetricia al Policlinico Umberto I di Roma
Dottoressa Santangelo, la menopausa rappresenta per ogni donna un momento delicato, in molti casi un vero e proprio trauma…
“L’età media della menopausa si attesta in Italia intorno ai 52 anni. È un passaggio fisiologico nella vita delle donne, riconducibile alla caduta degli estrogeni a livello sistemico, che comporta tutta una serie di cambiamenti, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico e della qualità della vita. Nell’80% dei casi la menopausa si manifesta nelle donne dopo i 45 anni ma abbiamo dei casi in cui la menopausa insorge prima dei 45 anni e parliamo di menopausa prematura prima dei 40 anni e di menopausa precoce fra i 40 e i 45.
Il dato fondamentale è che le donne fino alla menopausa grazie agli ormoni circolanti a livello sistemico (in particolare gli estrogeni) sono protette da tutta una serie di patologie cardiovascolari, neurologiche e di altro tipo per esempio l’osteoporosi e questo effetto protettivo viene meno con l’insorgenza della menopausa riducendo i benefici di cui le donne avevano beneficiato fino a quel momento.
Inoltre, se pensiamo all’aspettativa di vita, grazie al continuo sviluppo della medicina e non solo, la stessa è enormemente aumentata. Le donne vivono oggi sino a un’età media che sfiora gli 88 anni. Vivono, quindi, in media 30 anni e anche 40 anni della loro vita in menopausa.
Quindi questo momento segna inevitabilmente la vita delle donne con un’evoluzione peggiorativa della loro qualità di vita”.
Quali sono i sintomi che annunciano e accompagnano la menopausa?
“I sintomi vengono accademicamente distinti fra sintomi a breve, a medio e a lungo termine. Quelli a breve termine si identificano nella sintomatologia vasomotoria, nei disturbi del tono dell’umore e del sonno. Fra i sintomi a medio termine ritroviamo la sindrome genito-urinaria, mentre per quelli a lungo termine vanno segnalati l’osteoporosi, le malattie cardiovascolari e i disturbi neurocognitivi”.
Che cosa si può fare per agevolare l’ineluttabile passaggio dalla fase ovulatoria alla menopausa?
“Io insisto molto sull’importanza, anche se vedo che ancora pochi ginecologi sono propensi a imboccare questa strada, dell’utilizzo della terapia ormonale sostitutiva, laddove ovviamente non ci siano controindicazioni assolute, per migliorare la qualità di vita di tutte le donne giunte al traguardo della menopausa. Credo che la terapia ormonale sostitutiva sia davvero la chiave di volta perché, oltre a curare i sintomi, migliora la qualità di vita, riduce l’invecchiamento o almeno porta ad un invecchiamento salutare delle nostre pazienti, riducendo le morbilità e la mortalità delle stesse. È in dubbio che, supplementando la carenza degli estrogeni e del progesterone (ma non solo), riduciamo e dilatiamo nel tempo l’insorgenza di tutti gli effetti negativi della menopausa. In letteratura è ampiamente descritto che le pazienti che assumono la terapia ormonale sostitutiva, nell’età compresa fra i 50 e i 59 anni, vanno incontro ad una riduzione della mortalità del 40 per cento, inoltre è stato dimostrato che le stesse vanno incontro ad una riduzione delle fratture ossee rispettivamente del 28 per cento per fratture di femore e 37 per cento per le fratture vertebrali.
Secondo le linee guida nazionali ed internazionali la terapia ormonale sostitutiva può essere prescritta entro i dieci anni dall’ultima mestruazione o prima del compimento dei sessanta d’età. Una volta iniziata, in accordo con la paziente, i benefici verranno mantenuti fintanto che la stessa verrà proseguita”.
Sino a quando si può somministrare?
“Si può praticare sino a quando sarà concretamente possibile. Non c’è una scadenza, né uno spartiacque invalicabile. La precauzione fondamentale è la rivalutazione semestrale della donna in menopausa che ha scelto di sottoporsi alla terapia ormonale, con una cadenza necessariamente più ravvicinata rispetto alle donne che vi hanno rinunciato. È una terapia che va rimodulata nel corso del tempo. Chi va in menopausa oggi ha bisogno di un dosaggio X di ormoni. Andando avanti con gli anni, la necessità di ormoni progressivamente potrebbe diminuire, con la necessità di rimodulare il dosaggio, massimizzando così gli effetti positivi della terapia e riducendo al minimo gli eventuali effetti collaterali”.
Esiste una terapia ormonale più gestibile e, quindi, raccomandabile?
“Sì, la terapia transdermica, ovvero quella in cui gli estrogeni vengono assorbiti attraverso la cute, saltando gli effetti del passaggio del metabolismo epatico”.
Stando così le cose, è auspicabile che la terapia ormonale trandermica faccia sempre più proseliti ed estenda il suo ambito di applicazione, al momento ancora limitato…
“Sì, ma utilizzando l’iter valutativo che deve accompagnarla. La donna per poter iniziare la terapia ormonale sostitutiva deve essere valutata clinicamente, deve eseguire degli esami ematochimici completi, la mammografia, ecografia pelvica e la MOC dexa per una accurata valutazione iniziale, dopodicchè è consigliata la rivalutazione clinica semestrale per l’eventuale rimodulazione della terapia e annualmente deve ripetere tutti gli accertamenti clinici e strumentali.
E, naturalmente, escludendo a priori la possibilità di praticarla ogniqualvolta ci si trovi di fronte a impedimenti ostativi. Nei casi di pazienti con tumore della mammella o con tumori ormono-sensibili, si dovrà necessariamente ricorrere a terapie di altro tipo (non ormonali), per il supporto della sintomatologia della donna”.
Escludendo ovviamente questi casi di incompatibilità patologica, avverte la crescita della consapevolezza dell’utilità di una terapia che può aiutare le donne in un momento di fragilità e di paura dell’ignoto?
“Anno dopo anno il numero delle donne che si sottopongono alla terapia ormonale sostitutiva è in costante aumento. E sta, fortunatamente, portando nuova linfa al cambiamento, l’approccio, culturale e professionale, dei ginecologi di ultima generazione”.

