Intervista esclusiva di Antonello Sette al Presidente Nazionale dell’Ordine dei Medici Filippo Anelli

Presidente Anelli, il decreto Schillaci, che si propone di riformare l’assistenza primaria attraverso la creazione delle Case di Comunità territoriali, introduce un sistema duale per i medici di famiglia che ha suscitato non poche perplessità e la protesta dei medici di famiglia…

“Prima di entrare nel merito della questione, è necessario precisare che non si può parlare di riforma, perché la gestione delle Case di Comunità non è mai partita. Non c’è, quindi, nulla da riformare, ma semmai da fondare, nel senso che dobbiamo ancora decidere che cosa fare delle Case di comunità. Una decisione che è figlia della tragedia, umana e sanitaria, del Covid. Durante l’emergenza pandemica i medici di famiglia, come sicuramente ricorderà, erano stati lasciati soli e avevano pagato un prezzo altissimo. La metà dei medici morti per il Coronavirus sono medici di famiglia. Una vera strage degli innocenti, riconducibile anche, se non soprattutto, alla disorganizzazione del sistema, incapace di mettere a loro disposizione strutture e strumenti di protezione adeguati all’eccezionalità dell’evento epidemico. Si aprì un dibattito che metteva al centro l’opportunità di raccogliere tutte le forze, sin lì capillarmente sparse, all’interno di Case di Comunità, capaci di centralizzare l’offerta medica territoriale, così da corrispondere in modo più puntuale a una domanda sempre più esigente e consapevole. Quella lunga discussione si concluse con un netto no del Governo alla trasformazione dei medici di famiglia da fiduciari a dipendenti e con l’avvio di un percorso che doveva sfociare in un decreto legge che avrebbe dovuto riorganizzare l’attività dei medici di famiglia all’interno delle nuove strutture dislocate sul territorio. Poi, però, cadde il Governo Conte e, di conseguenza cadde anche il decreto e tutto tornò automaticamente allo status ante”.

La classe medica e gli Ordini dei Medici non restarono, però, a guardare passivamente l’evoluzione istituzionale, e andarono avanti per la loro strada…

“Sì, si avviò un processo, teso a modificare il ruolo dei medici di famiglia per consentire la loro piena presenza nelle prospettate Case di Comunità, che è andato avanti per tutti questi quattro anni. Il contratto di categoria, che erano fermo al triennio 2019-2021, è stato finalmente aggiornato e il ruolo del medico di famiglia, che era sempre stato esclusivamente fiduciario, relegando l’attività oraria alla sola guardia medica, si è trasformato in un’attività fiduciaria e oraria, così da consentire loro di lavorare nelle nuove strutture in fieri. Peraltro, con il decreto ministeriale numero 77 del 2022 si era già provveduto a configurare le Case di Comunità dal punto di vista delle presenze indispensabili. Era prevista la presenza h24 di medici, pediatri, infermieri, specialisti ambulatoriali e di tutte le figure professionali ritenute indispensabili”.

Tutte regolarmente arruolate…

“A distanza di quasi quattro anni, gli unici pronti a prendere posto da subito nelle Case di Comunità sono, ahinoi, i medici di famiglia. I contratti di categoria in vigore consentono loro di svolgere le loro funzioni all’interno della struttura territoriale di riferimento, con un monte ore di attività già stabilito. Ovviamente il modello delineato andrebbe reso operativo, perché il versante contrattuale deve trovare corrispondenza nella puntuale configurazione dell’attività da svolgere e delle modalità di esecuzione. A partire da una verità incontrovertibile: soli eravamo e soli siamo rimasti”.

Ci sta dicendo che c’è stata la fuga delle altre competenze?

“Mancano gli infermieri e al momento non sono neppure previsti. Con ogni probabilità, non esistono neppure le risorse necessarie per pagarli. Mancano i fisioterapisti, gli psicologi, i tecnici, le ostetriche, e se vuole, posso allungare l’elencazione sino alle 31 figure preventivate. Insomma, mancano tutti, meno i medici e i pediatri di famiglia. La domanda è d’obbligo. Come ci sentiremmo se in un reparto ospedaliero incontrassimo solo medici in camice bianco? E qualcuno può spiegarmi come è possibile gestire un’assistenza medica, senza le competenze specifiche previste dalla normativa”.

In questa situazione di stallo, anziché provvedere a colmare le lacune, si preferisce tornare sulla questione della dipendenza, che viene di fatto ricontrapposta al ruolo fiduciario…

“Sì, sembra che tutto quanto discusso, approfondito e stabilito debba essere messo da parte. Oggi, giunti come siamo, in prossimità della messa in funzione delle Case di Comunità, vengono a dirci, ex imperio, che i cinque anni trascorsi vanno cancellati e che bisogna, volenti o nolenti, ricominciare daccapo. Tutto si può fare, ma una scelta di questo tipo mi sembra tutt’altro che saggia. Se tu hai posto le premesse, prestabilito un modello e ti sei assicurato la disponibilità di un monte ore da parte dei medici e dei pediatri di famiglia, in aggiunta alla fiduciarietá, non puoi d’emblée decidere di cambiare le carte in gioco e virare verso la dipendenza tout court. È questa la contraddizione di fondo del Decreto Schillaci. Oltretutto, quella che lamentiamo non è solo l’inversione di un percorso avviato, ma anche l’inevitabile perdita di tempo che ne consegue. Sappiamo tutti quanto siano complicate, lunghe e tortuose le procedure per il passaggio alla dipendenza, per non parlare del requisito della specializzazione ambulatoriale, che è, a sua volta, un vulnus, che dovrà finalmente essere risolto, considerato che il Parlamento ogni volta boccia la proposta di legge sulla trasformazione in specializzazione del corso di Medicina Generale. Poi, ci sono problemi aperti di congruità ed equità retributive e di riorganizzazione, con le spese di gestione, da sempre a carico del singolo medico di famiglia, che devono diventare di competenza pubblica”.

La fiduciarietà scompare come per incanto dal decreto?

“Quello della soppressione del rapporto fiduciario è la novità forse più dolorosa e incomprensibile. Sappiamo tutti quanto è importante il rapporto che si istaura fra il medico di famiglia e ogni suo paziente. È una conoscenza longitudinale, che non si esaurisce nelle ore di apertura dello studio e nelle visite mediche. Oggi tutto questo è a rischio. Se il decreto Schillaci andasse in porto, i medici a disposizione dell’utenza dipenderebbero dalla combinazione degli orari di servizio. Il paziente non avrebbe più un medico liberamente scelto. Si perdererebbe per sempre quella dimensione orale, quella frequentazione assidua, quel rapporto fiduciario con il medico che non si esaurisce nell’ambito prettamente ambulatoriale, laddove le scelte per la salute passano molto spesso da una discussione franca e diretta, allargata ai familiari, il cui punto di vista il medico di famiglia è da sempre abituato a tenere in debito conto. Quella che sarebbe destinata a sparire è un’assistenza a tutto tondo, che nulla ha a che fare con il prospettato regime prestazionistico. Un regime che ha ovviamente un senso logico, se applicato in un ospedale, ma quello del medico di famiglia è un lavoro diverso e diverso dovrebbe restare”.

Che fine ha fatto la contrattazione preventiva con gli Ordini professionali e con le rappresentanze sindacali?

“Le Regioni propongono, il Ministro emana il Decreto legislativo. Tutto questo cozza fortemente con una visione democratica delle procedure. In un sistema democratico a nessuno può essere imposto di lavorare secondo tempistiche e modalità prestabilite dall’alto. Solo le norme contrattuali possono stabilire i compiti di un professionista e quello che lo Stato gli deve offrire in cambio per lo svolgimento ottimale della sua attività. La definizione del ruolo professionale di un medico non può essere prescritto per legge. Il decreto, che vorrebbe imporre la dipendenza per alcuni e un numero obbligatorio di ore lavorative, suscita non poche perplessità. La via maestra per dirimere una querelle come questa è esclusivamente quella della concertazione fra le parti sociali, sindacati e Governo, la sola abilitata a definire ruoli, compiti e priorità. La concertazione non è un retaggio del passato, ma un patrimonio indisponibile della nostra Repubblica, che non può assolutamente essere disperso e negato dal principe di turno. E, prima ancora che per il merito lacunoso e insoddisfacente, i sindacati hanno rigettato e restituito in toto al mittente il decreto per la concertazione, che è stata considerata dalla controparte inutile e ininfluente”.

SaluteIn

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