Intervista esclusiva di Antonello Sette al professor Maurizio Pompili, Ordinario di Psichiatria presso l’Università “La Sapienza” e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea di Roma
Professor Pompili, il suicidio è, da qualsiasi punto lo si voglia considerare, l’evento umano più spaventoso, che lascia dietro di sé una scia di dolore senza fine…
“Il suicidio è un fenomeno complesso, con origini multifattoriali. Le cause che lo determinano sono molteplici e nessuna di esse assume, di per sé, un valore esclusivo. La vulnerabilità e il rischio suicidario che ne deriva devono quindi essere riconosciuti nell’ambito della storia dell’individuo”.
Una vulnerabilità inquadrabile solo andando a ritroso nel tempo?
“Non esiste una regola universalmente valida. I fattori che spingono una persona al suicidio possono essere distali, ovvero distanti nel tempo, oppure prossimali, ovvero più vicini all’evento suicidario, quella che viene chiamata una crisi suicidaria, ovvero l’impellente propensione all’atto letale. Questo avviene allorquando un accadimento nella vita destabilizza la persona, sia per disturbi nell’ambito mentale, sia per sconfitte, umiliazioni, vergogna, sia infine perché trascinata, suo malgrado, nell’universo delle emozioni negative. Ovviamente, l’intento della prevenzione del suicidio è riconoscere precocemente i soggetti che si trovano in situazioni al limite, per poterli aiutare tempestivamente e dissuaderli”.
Identificare per tempo i segnali d’allarme può equivalere a salvare una vita umana…
“Sono segnali premonitori, che permettono di agire in anticipo. Possono essere verbalmente espliciti, “non ce la faccio più, mollo tutto, voglio morire”, o più comportamentali: disturbo del sonno e dell’appetito, alcune decisioni impreviste e imprevedibili, come le intestazioni di un bene a una persona a cui si tiene molto o mettere in ordine i propri affari, come se si volesse preparare all’atto letale senza lasciarsi alle spalle niente di incompiuto e rimpianti. Inoltre i cambiamenti di umore repentini, da tristi a rasserenati, possono rappresentare un segnale di allarme perché la persona può aver trovato il rimedio al dolore insopportabile. Sotto questo aspetto, il dolore mentale è l’elemento fondamentale, una sorta di minimo comune denominatore di tutte le varianti che ruotano intorno al rischio suicidario. È una sofferenza della mente che, laddove diventa insopportabile, induce la persona a guardare al suicidio, come all’unica possibilità di abolire tale sofferenza. Perché, e questo costituisce un dramma nel dramma, chi decide di suicidarsi non avrebbe voluto morire, ma continuare, come tutti gli altri, a vivere, se solo ci fosse stata la possibilità di alleviare tale sofferenza. Quando la persona si autoconvince che solo la morte allevierà, o meglio cancellerà, il peso del macigno doloroso che non riesce più a gestire, il rischio di un evento suicidario diventa molto probabile. Prima di arrivare alla decisione senza ritorno, l’aspirante suicida lancia quasi sempre agli altri un segnale, anche minimo che, se colto in tempo, potrebbe salvarlo, anche se identificare i segnali premonitori e cogliere gli attimi, i giorni e i mesi che separano il desiderio di farla finita dal gesto fatale, è nella realtà dei fatti tutt’altro che semplice”.
Normalmente si pensa che la causa scatenante sia la depressione e la cupezza dell’anima…
“I disturbi mentali come la depressione, il disturbo bipolare e la schizofrenia, sono sì elementi importanti, ma non esclusivi nella definizione del rischio di suicidio, se è vero, come è vero, che la stragrande maggioranza di questi soggetti non si suicida e neppure ci arriva vicino. Laddove emerga un rischio di suicidio, c’è evidentemente un qualcosa in più. C’è la storia dell’individuo. C’è la sua personalità. Ci sono propensioni che vanno al di là del disturbo mentale”.
Anche le patologie gravi possono rappresentare un fattore di rischio?
“Assolutamente sì. Le malattie fisiche, che costituiscono di per sé un peso e una limitazione, aumentano in modo significativo il rischio di suicidio. Vale la pena, a tale proposito, ribadire che inevitabilmente i disturbi mentali e le comorbilità fisiche rendono più vulnerabili le persone che hanno, a prescindere, una propensione al suicidio”.
Quali antidoti al rischio suicidario ha approntato e reso disponibili la scienza medica?
“Fortunatamente esistono terapie, farmacologiche e non, che sono in grado di aiutare chi è a rischio di suicidio. Il litio è, senza ombra di dubbio, il principale agente antisuicidario, che trova sì un’applicazione diretta nei disturbi dell’umore. Deve essere ovviamente utilizzato nel rispetto delle indicazioni e dei dosaggi stabiliti, ma rappresenta un’opportunità, per il paziente e per il medico, che non smette di stupire. Un altro farmaco utilizzato è la clozapina, un antipsicotico che il suo principale ambito di applicazione nella schizofrenia”. Recentemente, la terapia per il disturbo depressivo maggiore a base di esketamina, rappresenta un’altra opzione per le emergenze psichiatriche, compreso il rischio di suicidio
Al di là dei farmaci, in alternativa, può essere utile la psicoterapia?
“Le psicoterapie possono rivelarsi fondamentali, a patto che lo psicoterapeuta sia in grado di maneggiare una tematica caratterizzata da un impatto di enorme portata. È necessario essere padroni della valutazione e gestione del rischio di suicidio. È dunque necessario chiedere se il paziente ha mai pensato di voler morire, esplorare il suo vissuto, comportarsi in modo empatico, senza mai spaventare, azzardare conclusioni frettolose, dare ordini o, peggio ancora, sfidare l’idea di poter morire. Bisogna, a questo proposito, sfatare alcuni miti fuorvianti, qual è, ad esempio, la falsa convinzione che chi lo preannuncia a parole il suicidio poi non lo mette in atto, perché, al contrario, chi lo dice poi spesso lo fa”.
Ci sono fasce sociali più esposte?
“Il rischio suicidario è assolutamente democratico. È indistintamente presente in tutte le fasce sociali e in tutti i gradi di età, con l’unica differenza di essere più frequente negli uomini rispetto alle donne, che peraltro possono essere aiutate e sostenute con maggiori possibilità di successo”.
Non abbiamo ancora fatto cenno ai familiari e al ristretto cerchio degli amici più cari che sopravvivono a un gesto estremo, segnati da un rimpianto e da un rammarico che spesso non gli daranno pace per tutta la vita…
“È una popolazione misconosciuta e sottovalutata, che vive un lutto diversissimo dagli altri, perché in tutte le altre ipotesi la persona muore suo malgrado, mentre il suicida sceglie di morire. Nei familiari, lo shock traumatico si accompagna a sensi di colpa, flashback e alla convinzione, senza ritorno, di non aver fatto abbastanza. È una dolorosa popolazione maggiore, perché per ogni suicida ci sono decine di survivor che restano per sempre esposti alle conseguenze di una sola morte”.

