Intervista esclusiva di Antonello Sette a Luigi Ferini-Strambi, Professore di Neurologia, Università Vita-Salute San Raffaele

Professor Ferini-Strambi, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer non sono solo due malattie da sempre inguaribili, ma anche derive umane, spesso drammatiche, che coinvolgono non solo chi ne è affetto, ma anche le famiglie e il cerchio degli amici più cari…

“Il morbo di Parkinson e l’Alzheimer sono patologie neurodegenerative purtroppo di alta prevalenza nella popolazione generale. Una prevalenza in continua crescita, perché l’aumento dell’età media va a incidere pesantemente sull’insorgenza di malattie legate, per loro natura, all’invecchiamento. Rappresentano un grande e gravoso problema non solo per chi ne è colpito, ma anche per i familiari, che si ritrovano a dover gestire le situazioni complicate e difficili che comportano. A volte, di fronte a malattie che hanno una progressione inesorabile, si arriva inevitabilmente a una sempre minore tollerabilità dei comportamenti anomali, anche perché, via via che si aggrava la malattia, il paziente tende a modificare non solo i comportamenti, ma anche il proprio carattere”.

C’è da fronteggiare anche il male oscuro, parallelo e annichilente, della depressione…

“Più che una depressione molto spesso si osserva, soprattutto nei malati di Parkinson, apatia (mancanza di motivazione ed emozione), che può anche aggravare il quadro clinico sul piano motorio. Per questa ragione, i pazienti non vanno gestiti solo con farmaci di supporto alle problematiche motorie, ma tenendo in considerazione anche un trattamento specifico per i disturbi psichiatrici che li accompagnano”.

Sono malattie che vanno anche a inficiare la durata e la serenità delle fasi del sonno e della veglia…

“È un problema che riguarda maggiormente i malati di Parkinson, che evidenziano difficoltà non solo nell’addormentamento, ma anche e soprattutto, di pari passo con l’aggravamento della patologia, nel mantenimento del sonno. I risvegli precoci sono spesso legati alla sempre maggiore difficoltà a rigirarsi nel letto e a cambiare posizione, con l’insopportabile scomodità che ne deriva. Un’altra problematica, legata al sonno, è il risveglio precoce al mattino, corollario inevitabile della componente depressiva. La persona dorme tre o quattro ore, si sveglia e da quel momento non riesce più a riaddormentarsi”.

Le difficoltà sono di ogni tipo, con le famiglie che a un certo punto non sanno più che cosa fare…

“La gestione del malato di Alzheimer è complicata anche nelle fasi iniziali, laddove il soggetto si rende conto di avere impedimenti sul piano delle funzioni psichiche superiori. Fare fatica a programmare, ad agire e a ricordare spazientisce il paziente e lo rende irascibile. Con l’avanzare della malattia, questa aggressività tende piano piano a spegnersi. Il paziente diventa sempre più appartato, tranquillo, non partecipe, inerte e passivo. La mancanza di interazione con gli altri peggiora ulteriormente il quadro cognitivo generale”.

Il malato di Alzheimer manifesta difficoltà crescenti anche nella gestione del ritmo sonno-veglia…

“Questo avviene perché durante la giornata tende a sonnecchiare e il ritrovandosi molto spesso in ambienti bui o poco illuminati complica la situazione perché lo porta a perdere per strada la poca melatonina che gli è rimasta e, quando arriva l’ora di andare a dormire, questa diventa una montagna da scalare. Si elaborano e si accavallano molte teorie sul perché il malato di Alzheimer diventa molto agitato alla sera. Una delle ipotesi più accreditate è quella di una iperattività dell’orexina, che è il neuromediatore della veglia. Nelle persone soggette a decadimento cognitivo è stato rilevato un aumento di orexina concentrato nelle ore serali, con il conseguente stato di eccitazione che inibisce il sonno. Questo comporta che le persone con demenza tendano ad andare a letto molto tardi, a differenza di quanto normalmente avviene nell’anziano sano, che, al contrario, preferisce andare a letto prima e svegliarsi presto”.

Definito il quadro complessivo, angoscioso e penoso, per tutti quelli che, direttamente o indirettamente, si ritrovano in un cono d’ombra irreversibile, qual è lo stato dell’arte delle speranze scientifiche?

“Dal punto di vista farmacologico le speranze sono tante e concrete. Ci sono studi avanzati su nuove molecole, che aprono prospettive più che incoraggianti a livello terapeutico. Non dobbiamo, però, neppure dimenticare che le terapie basate sull’attività fisica e sull’esposizione alla luce hanno già una rilevanza significativa, perché possono rallentare in modo visibile il processo degenerativo.

Importante è anche avere un buon sonno, con una significativa percentuale di sonno profondo: è proprio qui che funziona bene il sistema glinfatico che elemina le proteine “cattive”, come la beta-amiloide”.

La prevenzione può fare la differenza?

“Bisogna cercare di cogliere i primi segni e da lì trovare una terapia che possa prevenire l’insorgenza della malattia nella sua fase chiara, evidente e conclamata. Esiste, ad esempio, il campanello di allarme legato a una patologia del sonno, denominata “Disturbo Comportamentale del Sonno REM”, che si caratterizza per i sogni bizzarri e con un’elevata attività motoria. È con ogni probabilità la spia accesa di una patologia, Parkinson, Demenza a corpi di Lewy o Atrofia multisistemica, che può svilupparsi a distanza anche di dieci anni o più. Riuscire, quindi, a escogitare terapie neuroprotettive, capaci di scongiurare, o quantomeno di attutire, o anche solo ritardare, l’insorgenza piena di una neurodegenerazione, potrebbe configurare il futuro non troppo lontano di una battaglia che resta tutta da vincere”.

SaluteIn

Condividi su:

Iscriviti alla Newsletter

    Sei un Medico? SiNo