Intervista di Antonello Sette a Giuseppe Navanteri, Direttore UO Ingegneria Clinica e Tecnologie e Sistemi Informatici IRCCS Istituti Fisioterapici Ospitalieri Regina Elena–San Gallicano
Dott. Navanteri, lei è un ingegnere medico di grande esperienza. Una figura sempre più centrale nel presente della sanità e, probabilmente, ancora di più nel futuro…
«L’ingegneria medica si distingue da quella biomedica e clinica per un elemento chiave: la capacità di integrare competenze tecnologiche con una profonda comprensione del linguaggio e dei processi clinici. Durante il mio percorso formativo all’Università di Roma Tor Vergata, ho acquisito proprio questa attitudine: dialogare efficacemente con il clinico e interpretarne i bisogni. Fin dall’inizio della mia carriera, ho scelto di non limitarmi a un ruolo meramente gestionale del parco tecnologico – che rappresenta un asset strategico rilevante, considerando che nel nostro Istituto supera i 100 milioni di euro di valore – ma di contribuire attivamente alla progettazione e all’evoluzione dei percorsi di cura. Operare in un IRCCS con una forte vocazione alla ricerca traslazionale ci consente di lavorare in un contesto unico, in cui innovazione scientifica e pratica clinica si integrano in modo continuo. Questo ha favorito lo sviluppo di un modello di ingegneria clinica evoluto, sempre più vicino ai paradigmi dell’operation management, orientato alla reingegnerizzazione dei processi e alla centralità del paziente. Le tecnologie, in questo modello, non guidano il processo, ma lo abilitano: diventano componenti essenziali di un sistema progettato attorno al percorso clinico, e non viceversa».
Quali vantaggi concreti avete riscontrato adottando questo approccio?
«I benefici sono tangibili, come ad esempio nell’ambito della diagnostica per immagini. Abbiamo lavorato, ad esempio, sull’ottimizzazione dei flussi radiologici, riducendo sia i tempi di esecuzione degli esami sia quelli di refertazione. Questo risultato è stato possibile grazie a una collaborazione strutturata con radiologi e specialisti di medicina nucleare, ma anche grazie all’integrazione progressiva di tecnologie e sistemi informativi avanzati. Oggi il software sanitario ha assunto un ruolo centrale: molti applicativi sono classificati come dispositivi medici e incidono direttamente sui processi decisionali clinici. Penso, ad esempio, alle cartelle cliniche completamente digitali o ai sistemi di supporto basati su intelligenza artificiale, che affiancano il medico nell’interpretazione delle immagini, migliorando accuratezza diagnostica e tempestività. Digital tween che aiutano a creare scenari predittivi. In questo modo, l’infrastruttura digitale non è più un supporto, ma una componente strutturale del percorso di cura». Con questo nuovo approccio, insieme al Direttore Generale di IFO, il Dott. Livio De Angelis, ed all’intero management aziendale, stiamo reingegnerizzando processi ormai obsoleti, rendendoli digitali, più efficaci, più allineati alle nuove esigenze dei pazienti ed in grado di produrre dati ed informazioni necessari per migliorare l’outcome clinico del paziente”.
Cosa vi ha spinto a intraprendere questa trasformazione così radicale?
«Alla base c’è una visione chiara: adottare il paradigma della “distruzione creatrice”, e cioè nel coraggio di distruggere per superare modelli consolidati e costruire nuove soluzioni più efficaci e più adatte al “nuovo paziente. Questo approccio è stato applicato sia nella fase ambulatoriale della presa in carico del paziente oncologico sia, in modo particolarmente evidente, nell’ambito chirurgico. In pochi anni siamo riusciti a sviluppare un modello organizzativo orientato alla chirurgia robotica mininvasiva, diventando un punto di riferimento a livello europeo per qualità e volumi di attività e dotazione tecnologica, grazie ovviamente al ruolo d’importanza capitale dei chirurghi di caratura internazionale, che abbiamo la fortuna di annoverare tra le nostre file. Attualmente disponiamo di quattro robot chirurgici – tre multiport e uno singleport – e a breve riusciremo a potenziare ulteriormente la dotazione della tecnologia robotica. Il dato più rilevante, tuttavia, è il livello di saturazione: ciascun sistema è utilizzato per circa 500 interventi l’anno, a dimostrazione di una pianificazione e gestione estremamente efficiente delle risorse».
Questa visione è anche alla base dell’Healthcare Innovation Forum che lei ha ideato…
«Esattamente. L’Healthcare Innovation Forum nasce proprio con l’obiettivo di diffondere un’idea precisa: l’innovazione in sanità non è un concetto astratto, ma un metodo operativo.
Il focus è sulla reingegnerizzazione dei processi: non si tratta semplicemente di introdurre nuove tecnologie, ma di ripensare il modo in cui il sistema sanitario prende in carico il paziente, integrando competenze cliniche, organizzative e tecnologiche in un modello coerente e sostenibile».
Anche il tema delle liste d’attesa può essere affrontato con questo approccio?
«Assolutamente sì. Le liste d’attesa rappresentano un problema complesso, ma non esclusivamente legato alla carenza di personale.Attraverso un lavoro congiunto con la Direzione Generale e la Direzione Sanitaria, abbiamo avviato un processo di reingegnerizzazione delle sedute operatorie e dei flussi organizzativi. Un risultato emblematico è stato il mantenimento della piena operatività anche nel mese di agosto scorso, senza riduzione dell’attività clinica e nel rispetto dei diritti del personale. Questo dimostra che l’efficienza può essere migliorata intervenendo su organizzazione, pianificazione e appropriatezza. In particolare, l’appropriatezza prescrittiva – sia diagnostica che terapeutica – è una leva fondamentale per ottimizzare l’utilizzo delle risorse. In sintesi, la riduzione delle liste d’attesa è una conseguenza diretta di un corretto operation management: riprogettare il percorso del paziente, migliorare i processi e integrare efficacemente tecnologia e competenze. Ed è proprio questa la sfida culturale che cerchiamo di condividere con tutti gli stakeholder del sistema sanitario anche attraverso il Forum».

