Intervista esclusiva di Antonello Sette all’onorevole Eugenia Maria Roccella, Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità

Ministro Roccella, nel suo libro intitolato “L’ANTIDOTO”, il Direttore del Foglio Claudio Cerasa osserva, numeri alla mano, che, a fronte delle false italiche catastrofi inventate dai media, l’unica vera e incontestabile sia quella che riguarda la nascita dei bambini, laddove l’Italia ha il tasso di fecondità più basso d’Europa (1,18 figli per donna contro una media europea di 1,38), l’età media più alta (48,7 anni contro 44,7) e un calo previsto della popolazione in età lavorativa, che è il più alto fra i grandi paesi europei (-19 per cento entro il 2040, contro -14 di Germania Spagna). Come giudica questi dati? Sono numeri che fanno paura…

“Concordo sul fatto che la denatalità sia il vero ‘elefante nella stanza’ del nostro tempo, una transizione epocale che condiziona tutte le altre, e che troppo a lungo si è fatto finta di non vedere. Per leggere adeguatamente il fenomeno, però, dobbiamo guardare oltre i nostri confini. Il calo delle nascite non riguarda solo l’Italia: è un problema che investe ormai tutta Europa e gran parte del mondo sviluppato. Da noi i numeri sono più evidenti perché il processo è cominciato prima e quindi nel tempo sono diminuite le donne in età fertile, ma ci sono Paesi come la Francia, che ha una solidissima tradizione di politiche nataliste, che ora stanno decrescendo più velocemente di noi. Il fatto che quella demografica non sia una malattia italiana ma sia diventata una vera e propria pandemia non significa certo deresponsabilizzarci rispetto alla necessità di politiche incisive, e infatti il governo Meloni ha messo il tema non solo all’ordine del giorno del dibattito pubblico ma anche al centro della propria azione concreta. Leggere i fenomeni però è importante per affrontarli nel modo giusto”.

Al di là dell’incertezza del futuro, sicuramente indotta anche dalle false catastrofi propagandate come vere, quali sono le ragioni, culturali, economiche e sociali, che frenano in modo così preoccupante la natalità?

“Contrariamente a quello che molti pensano, c’è in tutto il mondo una correlazione ormai evidente tra lo sviluppo economico e sociale e la denatalità. La Corea, che fino a qualche decennio fa aveva una media di sei figli per donna, dopo una fase di sviluppo galoppante è crollata al di sotto di un figlio per donna. Ma le curve tendenziali ci dicono la stessa cosa ovunque. Perfino in alcune aree del continente africano, che vanta altissimi tassi di natalità, le proiezioni indicano una prossima inversione di tendenza. Il rapporto tra benessere e denatalità è quello che gli studiosi chiamano ‘paradosso demografico’, e ci dice che limitarsi a ragionare sulla demografia in termini di cause materiali è a dir poco riduttivo. Ovviamente i sostegni economici, la disponibilità di servizi, la possibilità di conciliare vita familiare e lavoro, in particolare per le donne, sono fattori importantissimi, che migliorano le condizioni di vita delle famiglie e restituiscono alla genitorialità quel valore sociale che anni di disattenzione le hanno sottratto. Ma alla base deve esserci la consapevolezza di un problema che oggi è anche, se non soprattutto, culturale. È come se il benessere portasse con sé una sorta di ‘sazietà di vita’, che rende i figli un elemento non più così importante di realizzazione. Lo sforzo da compiere, accanto agli investimenti materiali, è dunque quello di rendere la genitorialità compatibile e anzi appetibile alla luce dei nuovi stili di vita. È trasformare la sazietà in sovrabbondanza di vita, in qualcosa che si abbia il desiderio di trasmettere ad altri”.

Il suo ministero ha encomiabilmente inserito la natalità nella sua intitolazione. So bene che il compito che vi siete assunti è arduo, e apparentemente quasi impossibile, stante anche le resistenze legate alle mutate abitudini di vita, ma le chiedo che cosa pensa di fare il suo ministero e il Governo per porre un argine a un trend così negativo, e possibilmente invertire la rotta. Da dove si comincia?

“Noi abbiamo cominciato fin dal primo giorno, attraverso l’aumento dei sostegni economici diretti alle famiglie (assegno unico, contributo per i nuovi nati…), l’agevolazione nell’accesso ai servizi (nuovi asili nido e incremento del rimborso per le rette, fondi strutturali per i centri estivi, apertura estiva delle scuole…), misure per la conciliazione e per il lavoro femminile (bonus per le mamme lavoratrici, aumento dei congedi parentali…). E ho fatto solo alcuni esempi. Tutto questo, inquadrato in uno sforzo culturale importante per restituire centralità alla famiglia. Invertire la tendenza richiederà del tempo, per la diminuzione delle donne in età fertile a cui abbiamo già accennato: basti pensare che lo stesso tasso di natalità nel 1995 corrispondeva a oltre 500mila bambini, oggi a poco più di 300mila. Ma occuparsi del bene comune significa essere consapevoli di non poter vedere risultati immediati nell’arco di una legislatura e decidere di agire e di investire lo stesso”.

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