intervista esclusiva di Antonello Sette alla ginecologa Cindy Argento, responsabile del trattamento di Procreazione Medicalmente Assistita presso Genera, Clinica Valle Giulia di Roma
Dottoressa Argento, i dati sulla natalità assomigliano a un catastrofico bollettino di guerra. Nel mondo occidentale e, soprattutto in Italia, il numero delle nascite è sotto ogni immaginabile livello di guardia. Quello dei trattamenti di PMA è, invece, in continua ascesa, e rappresenta oggettivamente un segnale in controtendenza…
“Penso che non ci si dovrebbe fermare al catastrofismo, peraltro inconfutabile dei dati, ma provare a invertire il trend. La denatalità è un fenomeno, prima ancora che anagrafico, statistico sociale. È complicato decidere di mettere su famiglia in una società dove l’accesso al lavoro e la sua stabilizzazione arrivano, quando arrivano, sempre più in ritardo e fare un figlio appare un obiettivo fuori portata, un lusso che non ci può permettere. A questo proposito, esiste la possibilità, anche se è tuttora poco conosciuta e pubblicizzata, di preservare la fertilità, congelando gli ovociti in un’età adeguata. Purtroppo, in Italia, questa pratica non è gratuita, al momento è convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale solo quella collegata a una patologia oncologica. È, quindi, una procedura precauzionale che non tutte le donne si possono permettere, ma obiettivamente molto utile. Ci sono ragazze di 30 o 32 anni che, non essendo in quella stagione temporale nella condizione di poter o voler procreare, possono pensare di utilizzare dopo gli ovociti, che sicuramente performeranno meglio di quelli di una donna over 40”.
Una possibilità misconosciuta ai più e, conseguentemente sottovalutata. Il ricorso per così dire di massa alla procreazione medicalmente assistita è, invece, una scelta sempre più radicata…
“La procreazione assistita è un un ausilio eccezionale ma, nonostante la scienza abbia indubbiamente fatto progressi incredibili, non c’è, purtroppo, ancora la garanzia di successo. Non solo perché non tutti sono fisiologicamente idonei al trattamento, per ragioni non solo anagrafiche, ma anche di salute e di condizione personale delle coppie, ma anche perché non è comunque detto che funzioni. Esiti certi non ce ne sono. È la procreazione che utilizza i propri gameti, che non è, lo ribadisco, accessibile a tutti, nel senso che le possibilità di riuscita decrescono, sino a svanire dopo una determinata età, quando, nonostante l’utilizzo delle migliori tecniche possibili, i trattamenti non possono per motivi biologici più funzionare, fatto salvo l’eventuale ricorso alla donazione di gameti e l’utilizzo delle uova di donatrici giovani. Una possibilità, che sposta in avanti la lancetta dell’età della procreazione, che non può comunque superare il limite, pressocché invalicabile, dei 50 anni”.
La procreazione medicalmente assistita è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale?
“Sì, il SSN garantisce la fecondazione in vitro, sia omologa che eterologa. Naturalmente la copertura varia da regione a regione ed anche la possibilità di accedervi concretamente, con liste di attesa più o meno lunghe e scoraggianti e l’eventuale limitazione dei cicli a disposizione. Ovviamente, una struttura come Genera, che fa parte del principale network di cliniche di PMA d’Italia, garantisce non solo rapidità nei tempi, ma anche le procedure tecnologicamente più avanzate e sofisticate, grazie alla disponibilità di risorse, su cui una struttura privata come la nostra può, a differenza di quelle pubbliche, contare”.
Quali sono i progressi compiuti dalla scienza nell’ambito della procreazione assistita in questi ultimissimi anni?
“Il principale e, contemporaneamente più utile, è quello della selezione degli embrioni. Ormai si cerca di fare un trasfer mirato di un unico embrione, che deve aver superato la coltura dei 5/6 giorni e, quindi, arrivato, allo stadio di blastocisti, come viene chiamato. Un solo embrione e possibilmente sano, perché oggi si possono testare le blastocisti e intercettare ogni eventuale alterazione dei cromosomi o altre malattie genetiche. La selezione degli embrioni e, da lì, il trasferimento di un solo embrione testato come sano, consente la massima resa, che però, come già detto e ribadito, non supera il 50 per cento. Un dato e un’aspettativa che superano considerevolmente quelli degli anni passati, ma che restano, ahinoi, ancorati all’uno su due”.
È quantificabile l’aumento della procreazione medicalmente assistita?
“Si calcola che i trattamenti siano lievitati del 70 per cento negli ultimi dieci anni. A crescere vorticosamente è anche il numero dei bambini nati con la fecondazione assistita. Gli ultimi dati disponibili li stimano intorno al 5 per cento del totale e si calcola questa percentuale possa in tempi brevi raddoppiare”.
Sino a non troppo tempo fa, un’ostinata sottocultura che, per comodità di sintesi, definirei patriarcale, attribuiva in esclusiva alla donna la responsabilità di ogni difficoltà riproduttiva. Oggi sappiamo, mi corregga se sbaglio, che quell’atavica convinzione era priva di fondamento…
“Abbiamo accertato che le fette della torta più o meno si equivalgono. Un terzo dell’infertilità è riconducibile alla donna, un terzo all’uomo e il restante terzo a tutti e due insieme o è attribuibile a una causa tuttora sconosciuta. Per quanto riguarda le donne pesa, soprattutto, l’età anagrafica avanzata, mentre negli uomini le problematiche legate agli anni di vita hanno un’incidenza minima. Una donna che non ha nessun tipo di malformazione o disfunzionalità fisiche reali, ma ha un’età superiore ai 40 anni, se non arriva alla gravidanza, dopo una serie di tentativi senza seguito, diventa inevitabilmente, l’imputato principale”.
Su chi è più facile intervenire con concrete possibilità di successo?
“Sicuramente sull’uomo, se la causa è lui, soprattutto nella fecondazione in vitro. Le faccio un esempio concreto. Se mi trovo di fronte a un uomo che come si evince dallo spermiogramma, ha pochi spermatozoi, una volta compreso che il concepimento spontaneo risulta complicato, con la fecondazione in vitro posso scegliere gli spermatozoi, uno per uno al microscopio, e poi inserirli dentro l’ovulo. Le problematiche maschili vengono, quindi, bypassate e risolte brillantemente. Per le donne il discorso è molto più complicato. Innanzi tutto, perché è infinitamente più difficile recuperare gli ovociti e poi perché la loro qualità non la puoi in alcun modo migliorare. Per quanti ovociti possa avere una donna, non saranno mai milioni come gli spermatozoi”.
Se la causa è solo maschile, aumentano le percentuali di riuscita?
“In realtà, anche se la strada da percorrere è molto più agevole, il raggiungimento della meta finale comporta un rischio di analoga dimensione. L’obiettivo è sempre quello di raggiungere una blastocisti sana, ma qualunque sia la problematica di partenza, le possibilità di gravidanza restano immancabilmente sempre circoscritte al 50 per cento per tentativo di impianto. Può cambiare, questo sì, la facilità di ottenere gli embrioni, ma non muta la percentuale di riuscita dell’impianto”.

