Intervista esclusiva di Antonello Sette a Cristina Garusi, Past President Società Italiana di Microchirurgia, chirurgo plastico, Ospedale Niguarda, Milano
Dottoressa Garusi, lei ha appena terminato i due anni di presidenza della SIM. Qual è il bilancio che si sente di fare, sia a livello personale che associativo?
“Sono stata la prima donna in assoluto a essere eletta Presidente della Società Italiana di Microchirurgia. Ho iniziato il mio mandato al Congresso tenutosi a Roma alla fine del 2023 e l’ho terminato il 25 ottobre scorso, in concomitanza con il Congresso di Milano. Sono stati due anni molto intensi, durante i quali credo di essere riuscita a fare qualcosa di importante e particolare. Ogni Presidente, del resto, cerca di lasciare un’impronta personale. La bellezza della SIM è che unisce microchirurghi di provenienza diversa. Ci sono i chirurghi plastici, quale sono io, gli ortopedici, i chirurghi della mano, gli otorini, i maxillofacciali e questa varietà costitutiva si rispecchia nel Consiglio Direttivo e nella tipologia degli eventi organizzati dalla Società. Il mio predecessore Nicola Felici mi ha lasciato in eredità alcune importanti iniziative, come il programma di formazione, con un percorso completo, fra corsi base, corsi avanzati e corsi di chirurgia sperimentale. Un’eredità preziosa, che ho raccolto e portato avanti, ma non mi sono accontentata del consolidamento di quanto già era stato fatto”.
E ha lasciato un’impronta a lei sola riconducibile…
“Ho messo in piedi una commissione per la comunicazione e un’altra per i progetti umanitari e sono riuscita a realizzare, nello spazio obbligato dei due anni del mandato, quelli che erano i miei obiettivi. Una comunicazione adeguata significa far capire a tutti i potenziali pazienti e, più generale, all’opinione pubblica, che cosa vuol dire la parola microchirurgia, perché e quando è necessaria e chi sono i microchirurghi. Pensi che se avessimo chiesto a ChatGPT cosa fosse la microchirurgia avrebbe detto una chirurgia con piccola cicatrice. Siamo riusciti finalmente a spiegare che la microchirurgia mira a ricostruire qualsiasi parte del corpo e lo fa prelevando il tessuto necessario da un’altra zona corporea della stessa persona. È, quindi, tecnicamente un vero trapianto, con un distacco, un riattacco e una vascolarizzazione ma, svolgendosi tutto all’interno del corpo di un unico paziente, non si corre il rischio di un rigetto, come accade nei trapianti di organi da altre persone. C’è, questo sì, una fase di ischemia, di ripresa, ma nel tempo la microchirurgia realizza ricostruzioni bellissime, dal reimpianto del dito o dell’arto alla ricostruzione della mandibola, della lingua, della mammella e al trattamento del linfedema. Copre, quindi, ed è questa la sua grande bellezza, ogni parte del corpo. Ovviamente, ognuno di noi ha il suo specifico raggio d’azione, ma il discorso comunicativo, che mette insieme tutti i microchirurghi d’Italia, è partito, si è diffuso, si è allargato, ha conquistato spazio e attenzione. Ora abbiamo un nostro canale di comunicazione, siamo presenti su Instagram, cerchiamo in ogni modo di far sapere chi siamo e che cosa facciamo, dipanando qualsiasi incomprensione o qualsivoglia equivoco”.
Anche la Commissione per i progetti umanitari è stata una grande scommessa vinta?
“Già undici anni fa, avevo iniziato a esportare la microchirurgia in una zona sperduta del mondo, come le montagne del Kenya e, dopo essere diventata Presidente della Società, sono riuscita ad avere un contatto diretto con il gruppo di chirurghi plastici di Nairobi e, da lì, abbiamo creato borse di studio per formare in Italia microchirurghi kenioti. In due anni siamo riusciti ad andare oltre le nostre stesse aspettative. I loro numeri di partenza erano bassi sino all’inverosimile: due soli microchirurghi per 50 milioni di abitanti. In Italia con una popolazione di 60 milioni siamo 250. Siamo riusciti ad offrire due borse di studio, che sono poi diventate quattro, sino ad arrivare a sei nel Congresso di Milano”.
Chi le ha finanziate?
“A posteriori dico che ho avuto il coraggio di osare. Ho contattato una grande azienda non medica, come la Lavazza, pensando istintivamente a un collegamento naturale con il Kenya, grande produttore di caffè. Avevo avuto la conferma del loro potenziale interesse, quando sono venuta a conoscenza di una loro campagna che parlava di blending and education e, a quel punto, come Presidente della SIM, ho chiesto loro un intervento di sostegno, ottenendo subito il finanziamento di una borsa di studio. Sono andata personalmente a Torino, insieme con il vincitore, per mostrare qual era l’impatto della loro iniziativa su di lui e sull’intera zona dove lavora, unico chirurgo plastico in un bacino di più di un milione di persone. Sono rimasti così favorevolmente impressionati, da raddoppiare l’impegno con una seconda borsa. Alle due borse di studio della Fondazione Lavazza, se ne sono poi aggiunte altre due, finanziate da un’organizzazione, denominata Interplast Italia, da noi raggiunta attraverso la mediazione di una collega del Consiglio Direttivo, che fa parte anche di Interplast, che è riuscita a ottenere altre due borse di studio. Un contributo di grande impatto, che ha pienamente soddisfatto anche chi lo ha elargito”.
Una scommessa vinta che, me lo faccia dire, le fa davvero onore, in un mondo in cui ogni forma di inclusione e di solidarietà sovranazionale è visto con sospetto, quando non è platealmente avversata. Gli obiettivi centrati li abbiamo passati in rassegna tutti?
“No, avevo un terzo obiettivo, non meno importante degli altri due. Volevo creare una raccolta fondi, da accreditare su un conto ad hoc della Società, distinto dal principale. Sono fondi, che siamo riusciti a raccogliere progressivamente, anche con due eventi di fundraising a Milano e a Bologna, più un terzo all’interno del Congresso da poco concluso. Sono ancora da destinare, ma stanno lì per coprire le necessità, di volta in volta individuate dal Consiglio Direttivo. Penso, ad esempio, all’eventuale supporto che il fondo potrebbe garantire a giovani colleghi italiani, che ne abbiano particolarmente necessità”.
Ha dimenticato qualcosa?
“Ho cercato sin dall’inizio di unire. Ero da poco stata eletta Presidente, quando ho organizzato un team building, con un laboratorio di pittura che, come la chiusura di un cerchio perfetto, ha ispirato il Congresso di Milano, che abbiamo intitolato “Sfumature artistiche in Microchirurgia”. Ho voluto far capire a tutti che il microchirurgo è a suo modo un artista, che aggiunge sempre alle proprie competenze professionali un piccolo dettaglio personale, che lo caratterizza rispetto a tutti gli altri. Lasciando da parte il chirurgo ma prestando attenzione assoluta al desiderio del paziente e quindi con estrema empatia condivisa”.

