Professor Robiony, lei è stato protagonista e precursore a Udine, e potenzialmente in tutto il Friuli Venezia Giulia, di un nuovo modo di considerare i pazienti, finalmente trattati come persone vive e complesse, e non come destinatari senza identità di prestazioni a sé stanti e molto spesso fini a sé stesse…
“Abbiamo mosso i primi passi da una lucida constatazione: il Sistema Sanitario Nazionale vive una fase complessa e strutturalmente critica, che rende imprescindibile un ripensamento profondo e innovativo dei processi di cura e dei modelli organizzativi costruiti sulla persona. In questo contesto abbiamo sentito l’urgenza di riportare al centro l’umano, oggi ulteriormente schiacciato dall’onda lunga della tecnologia, recuperando e riattualizzando, in forme adeguate ai tempi moderni, l’antica e sempre attuale aspirazione all’umanizzazione delle cure. Abbiamo tradotto questa visione in un documento programmatico – la Carta di Udine sull’Umanizzazione delle Cure – presentata in occasione degli Stati Generali Itineranti sull’Umanizzazione delle Cure e il Benessere Organizzativo, svoltisi a Udine il 30 novembre 2024 in Collaborazione tra Università di Udine (UNIUD) e Azienda sanitaria Universitaria Friuli Centrale. Questo evento è stato ideato e condiviso con il professor Massimo Massetti che ha presentato e trasferito al numeroso pubblico l’esperienza del progetto CUORE che mette la persona al centro nei percorsi di cura. La Carta propone in chiave moderna tredici punti fondamentali, tutti declinati intorno al concetto di umanizzazione, tra cui ricordiamo civiltà, resilienza, uso etico della tecnologia e qualità organizzativa. Essa si configura non solo come manifesto culturale, ma rappresenta un modello operativo di riferimento per la sanità del futuro”.
È un percorso entusiasmante che, in quanto tale, suscita impazienza. Dunque, caro professore, mi perdoni se la incalzo, a che punto siete?
“Nel Friuli Venezia Giulia, e in particolare a Udine all’interno della nostra Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale (ASUFC)congiuntamente all’ Università di Udine, abbiamo già adottato concretamente il modello di umanizzazione delle cure. È stato infatti, istituito un Board per l’Umanizzazione delle Cure, concepito per dare attuazione reale al progetto e avviare un cambiamento sostanziale lungo l’intera filiera assistenziale, oggi messa a dura prova da fragilità strutturali e organizzative. Il progetto frutto di un’alleanza strategica tra UNIUD ed ASUFC è stato presentato anche a livello regionale, con l’obiettivo di coinvolgere l’Ateneo Triestino e tutte le articolazioni del Servizio Sanitario Nazionale presenti nel territorio, il terzo settore, i comuni, dando vita all’Health Umanization Hub: un incubatore di innovazione e progresso nei processi di cura. Tale prospettiva è stata recentemente rilanciata, con il sostegno dell’Assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi e del Presidente della Regione Massimiliano Fedriga, confermando la volontà politica e istituzionale di favorire un vero salto di qualità nell’organizzazione sanitaria”.
Potete già contare su riscontri positivi, che vi stanno fornendo l’ulteriore spinta a continuare?
“Abbiamo riscontri più che incoraggianti, maturati a partire dall’esperienza avviata già alcuni anni fa all’interno del Dipartimento Testa-Collo e Neuroscienze che ho l’onore di dirigere. Abbiamo rivisitato in profondità i percorsi assistenziali, promuovendo iniziative concrete finalizzate a valorizzare la persona e, in parallelo, il personale sanitario. Abbiamo assunto come paradigma il benessere organizzativo, riorganizzando anche dal punto di vista strutturale e logistico sale operatorie e reparti. Siamo soddisfatti dei risultati già ottenuti, ma siamo consapevoli di trovarci all’interno di un processo evolutivo: il nostro obiettivo non può che essere un miglioramento continuo e progressivo”.
Quali sono, al di fuori della dimensione etica, i vantaggi pratici di un metodo di cura basato sulla persona, che non è più solo un corpo malato, ma un coacervo vivo di sentimenti, ricordi, aspettative, speranze e paure?
“Non esiste prassi clinica separata dall’etica. Il primo vantaggio risiede nel radicale cambio di paradigma, che restituisce centralità alla persona, troppo spesso confinata in percorsi ospedalieri marginalizzanti, alienanti e privi di senso. Ciò implica la ricostruzione di un impianto concettuale autenticamente umanistico, di cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha urgente necessità per uscire dallo stallo in cui versa. È necessario superare la logica della mera prestazione, così come la visione riduttiva che subordina tutto alla dimensione economico-finanziaria. Al contrario, occorre promuovere una medicina fondata sulla relazione, sulla costruzione di un’alleanza terapeutica reale e su percorsi disegnati sui bisogni e sulle aspettative dei pazienti. I benefici di tale approccio sono evidenti: un miglioramento significativo dello stato di salute della popolazione, una rinnovata qualità della comunicazione medico-paziente e, come diretta conseguenza, la possibilità di riconquistare quel rispetto per la professione medica che negli ultimi anni è stato dolorosamente compromesso. In definitiva, l’umanizzazione delle cure non è solo un ideale, ma una condizione imprescindibile per il buon funzionamento del sistema sanitario, per la sua stessa sostenibilità futura e per la qualità delle cure offerte da professionisti rinnovati in una nuova vision e mission”.

