Intervista esclusiva di Antonello Sette al dottor Giuseppe Scicchitano, Specialista in Chirurgia Vascolare e Chirurgia Generale, Direttore Sanitario del Poliambulatorio Apollodoro di Casagit Servizi di Roma
Dott. Scicchitano, le vene varicose rappresentano da sempre un problema, prima funzionale e poi estetico, che interessa un numero assai rilevante di persone di ambedue i sessi…
“La malattia varicosa degli arti inferiori è una patologia molto diffusa, in particolare nel sesso femminile, conseguente a situazioni cliniche pregresse, quali la gravidanza, il sovrappeso, la sedentarietà e la predisposizione ereditaria”.
Come si arriva a una diagnosi attendibile?
“L’inquadramento diagnostico è fondamentale perché garantisce la possibilità di un corretto trattamento della malattia, che può essere, a seconda dei casi, conservativo o chirurgico. La diagnostica si basa, in primis, sull’osservazione clinica. Il chirurgo vascolare, quale sono io, l’angiologo o lo specialista flebologo, inquadrano inizialmente la problematica per avviare poi la paziente, o il paziente, al necessario iter strumentale che, non solo conferma il sospetto clinico, ma orienta al corretto trattamento della malattia”.
In che cosa consistono queste fondamentali verifiche strumentali?
“L’esame, a cui è indispensabile sottoporsi, per confermare in termini assoluti la patologia sospettata, è l’ecocolordoppler venoso degli arti inferiori. Si tratta, come sappiamo, di un’ecografia che documenta con assoluta attendibilità la condizione clinica sia delle vene superficiali, sia di tutto il circolo venoso profondo degli arti inferiori. È la fotografia istantanea della situazione vascolare venosa del paziente, donna o uomo che sia. Tale esame, oggi indispensabile, porrà o meno l’indicazione chirurgica o conservativa (elastocompressione o terapia medica). Si è, infatti, passati da trattamenti estesi, invasivi, ospedalizzati e pesantemente limitanti per giorni la normale attività fisica, lavorativa e sociale a interventi ambulatoriali, mininvasivi, tailor-made sulle esigenze cliniche del paziente. Le procedure variano, in caso di malattia conclamata o meno della vena safena o dei suoi rami. Si passa dalla safenectomia classica a quella eseguita con il laser o ancora, in ipotesi, all’ablazione con radiofrequenza”.
Stiamo parlando di una malattia varicosa ormai conclamata e irreversibile. Credo esistano anche forme disfunzionali meno impegnative sul piano clinico, ma che necessitano ugualmente di un trattamento…
“Sì, esistono quadri clinici intermedi, nei quali la vena principale, ovvero la safena, non risulta ammalata all’ecodoppler, venendo in questo caso assolutamente risparmiata. Si possono prendere in considerazione a quel punto procedure più limitate, ambulatoriali e in day surgery, in grado di risparmiare un importante patrimonio venoso. Si tratta di procedure minichirurgiche, eseguibili in sicurezza, ambulatorialmente o day-surgery, sempre ovviamente con l’assistenza di un anestesista che ricorre a tecniche anestesiologiche loco regionali, con o senza sedazione. Il paziente viene dimesso dalla struttura di cura dopo poche ore, quando è già in grado di cammina senza difficoltà, con un bendaggio elastico dell’arto trattato e la successiva rimozione tempestivamente legata alla procedura eseguita. Non c’è alcuna immobilità, nessuna riduzione dell’attività lavorativa, neppure nell’immediato e, infine, nessun trattamento farmacologico post operatorio. Oggi le vene varicose non sono più, come in passato, una patologia temibile, ma va sottolineato che parliamo di una patologia evolutiva, una volta manifestatasi per la prima volta. Vorrei infine ribadire l’obbligo di un corretto e rigoroso iter diagnostico e terapeutico, che deve in primis prevedere che di questa malattia se ne occupino esclusivamente specialisti con “alti volumi” di interventi eseguiti in Centri in tutto e per tutto idonei”

