Intervista esclusiva di Antonello Sette a Marco Zecca, Direttore di Ematologia 2 – Oncoematologia Pediatrica, presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia
Dottor Zecca, nel Reparto di Oncoematologia Pediatrica del San Matteo di Pavia da lei diretto, ci sono stati due recenti straordinari successi terapeutici. Due giovani donne hanno radicalmente cambiato il proprio destino, sino ad allora doloroso e incerto, grazie a terapie geniche non più ipotesi futuribili di un lontano domani, ma soluzioni concrete del 2025…
«Sì, si tratta del primo trattamento commerciale dopo un lungo percorso di sperimentazione clinica svolto sia all’estero sia in Italia (Ospedale Bambino Gesù di Roma), dall’azienda statunitense Vertex. Le due giovani donne, entrambe tra i 21 e i 23 anni, sono state trattate con una forma innovativa di terapia genica chiamata gene editing. Il farmaco impiegato si chiama Exa-Cel, e nei prossimi mesi sarà disponibile con il nome commerciale di Casgevy.
Le due pazienti erano affette da malattie genetiche rare e molto gravi: una dalla talassemia major e l’altra dall’anemia falciforme. Entrambe colpiscono la produzione di globuli rossi.
Nella talassemia major l’organismo non riesce a produrre globuli rossi normali e per sopravvivere servono trasfusioni di sangue ogni 2-3 settimane, a partire dai primi mesi di vita e per tutta l’esistenza.
Nell’anemia falciforme i globuli rossi hanno una forma anomala, “a falce”, e possono bloccare i piccoli vasi sanguigni, causando crisi dolorose improvvise e anche eventi ischemici gravi, per esempio all’encefalo, con rischio di ictus. Anche in questo caso i pazienti devono ricevere terapie continue e spesso trasfusioni regolari per tutta la vita.
In entrambe le malattie l’aspettativa di vita è ridotta e, fino a pochi anni fa, l’unica possibilità di guarigione era un trapianto di midollo osseo, possibile solo se si trovava un donatore perfettamente compatibile. Ma trovare un donatore oggi è sempre più difficile, anche a causa della denatalità e della riduzione del numero di fratelli nelle famiglie.
Almeno la metà dei pazienti non può accedere al trapianto e rimaneva destinata a terapie di supporto per tutta la vita, con un progressivo peggioramento del quadro clinico».
Questo valeva per il passato prossimo. Ora, invece, dopo le terapie geniche praticate con successo al San Matteo di Pavia, per due tipologie di gravi malattie si schiudono orizzonti completamente diversi, qual è quello del ritorno a una vita clinicamente inquadrabile nella normalità…
«La terapia genica permette di ottenere una guarigione definitiva anche senza un donatore compatibile. Possiamo immaginarla come una sorta di trapianto autologo: nella prima fase preleviamo dal paziente le cellule staminali del sangue (che si trovano nel midollo osseo), poi in laboratorio viene corretto il difetto genetico con una sofisticata tecnica di gene editing e infine, dopo una specifica chemioterapia di preparazione alla procedura, reinfondiamo le cellule corrette nel paziente.
La correzione genetica stimola la produzione di emoglobina fetale, cioè quella che si produce solo prima della nascita e che normalmente scompare nei primi mesi di vita e che nell’età adulta è completamente assente e presente solo in minime tracce. L’emoglobina fetale funziona perfettamente anche negli adulti e non ha i difetti presenti nelle due malattie, permettendone quindi la correzione.
Con questo approccio le cellule del paziente tornano a produrre globuli rossi sani, e questo risolve in modo completo e permanente la malattia, sia nella talassemia major sia nell’anemia falciforme».
Come stanno le due pazienti da voi trattate con la terapia genica?
«La giovane con talassemia major ha completato l’intero percorso e oggi è completamente indipendente dalle trasfusioni. Ha valori di emoglobina fetale nella norma.
La ragazza con anemia falciforme ha anch’essa cellule che producono in gran parte emoglobina fetale. Non ha più alcuna crisi dolorosa, né complicanze gravi come quelle che rischiavano di metterne in pericolo la vita.
Per entrambe questo significa niente più trasfusioni, antidolorifici, oppiacei o ricoveri di emergenza. In pratica, hanno riacquistato una vita normale e una prospettiva di lunga sopravvivenza in salute».
E ora che cosa cambia? Si procederà su questa strada?
«Sì. Nei prossimi mesi questa metodica, che abbiamo avuto la fortuna di applicare per primi in Italia dopo le sperimentazioni all’estero e in Italia, sarà resa disponibile anche per altri pazienti».
Se ho capito bene, diventerà un farmaco a carico del Servizio Sanitario Nazionale?
«Esatto. Si tratta di una delle cosiddette terapie avanzate: le cellule modificate del paziente diventano un vero e proprio farmaco prodotto da un’azienda farmaceutica. Ovviamente non si tratta di una compressa o di uno sciroppo, ma di un trattamento personalizzato e salvavita a base di cellule geneticamente corrette».
È stato quindi già registrato un brevetto?
«Sì. Il prodotto sarà commercializzato da un’industria farmaceutica e sarà a tutti gli effetti un farmaco approvato. Esistono già altri farmaci cellulari, come ad esempio le cellule CAR-T utilizzate per curare alcune forme di leucemia e linfoma. È una nuova categoria di medicinali in cui la materia prima sono le cellule del paziente stesso, che vengono geneticamente modificate e trasformate in farmaco».
È, quindi, un farmaco personalizzato?
«Assolutamente sì. Si parte dalle cellule del singolo paziente: il prodotto creato con le cellule di un paziente può essere somministrato solo a quello specifico paziente a nessun altro. È un processo complesso e lungo: servono circa cinque mesi per completare tutte le fasi, dal prelievo alla somministrazione. Nel caso delle due ragazze da noi trattate, abbiamo raccolto le loro cellule nell’autunno del 2024 e abbiamo infuso il prodotto finito all’inizio dell’estate 2025.»

