Intervista esclusiva di Antonello Sette a Paolo Vassalini, infettivologo dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma
Dottor Vassalini, che cosa è il West Nile e quando può diventare pericoloso?
“Il West Nile è una patologia virale, un arbovirus individuato e noto da diversi decenni. In Italia c’è stato negli ultimi anni un incremento consistente di casi, fondamentalmente riconducibile al cambiamento climatico, con gli inverni sempre più miti e precipitazioni quasi tropicali che provocano un accumulano di acqua non drenata, con l’inevitabile corollario della riproduzione e della sopravvivenza delle larve durante il periodo invernale. Da qui, l’aumento di tutte le arbovirosi trasmesse dalle zanzare. Per quanto riguarda specificatamente il West Nile, abbiamo già superato i numeri del 2024, con oltre 500 casi acclarati”.
Che cosa si rischia contraendo il virus West Nile?
“Nella stragrande maggioranza dei casi la malattia è praticamente asintomatica, al punto che le persone neppure si accorgono di essere state contagiate dal virus. Passando ai casi sintomatici, per il 20 per cento i sintomi assomigliano a quelli di una banale influenza, dalla febbre alla cefalea, e sono, quindi, indistinguibili da altre forme virali. I sintomi gravi si manifestano in meno dell’uno per cento degli infettati dal West Nile, con un caso accertato ogni 150/200 contagiati, e sono caratterizzati da febbre molto elevata, debolezza muscolare e disturbi della vista, sino alle conseguenze estreme della paralisi e del coma. Le forme neuro invasive, contraddistinte dall’infiammazione dell’encefalo (encefalite), sono all’incirca una su mille. Il rischio non è uguale per tutti. A rischiare di più sono le persone di età superiore ai 65 anni e chi ha un pregresso carico di disturbi immunologici o comorbidità debilitanti”.
Che cosa possiamo fare per scongiurare o, quantomeno, arginare i danni?
“Dal punto vista medico non possiamo contare su una terapia specifica e risolutiva. Abbiamo a disposizione solo terapie di supporto. Da qui, la fondamentale importanza del grado di consapevolezza e responsabilità del singolo, che può agire a livello preventivo in vari modi.
Innanzitutto, è cosa buona e giusta riciclare l’acqua accumulatasi nei sottovasi dei propri balconi o giardini, scongiurandone il ristagno. È poi importante proteggersi con spray antizanzare ed evitare di esporsi dal tramonto all’alba, quando la zanzara comune (specie Culex pipiens), vettore del West Nile, colpisce con particolare virulenza specie se si indossano abiti con colori carichi e accesi, che attraggono le zanzare quasi come il miele. Oltre e prima di tutto questo, è di fondamentale importanza non prendere sottogamba i sintomi”.
Arrivare in tempo è, quindi, l’imprescindibile presupposto della guarigione?
“Le racconto un caso che ho vissuto in prima persona. Un paziente aveva manifestato sintomi simil influenzali, con febbre non troppo elevata, dolori osteoarticolari e una lieve cefalea, ma in più c’era la campanella d’allarme della sua provenienza da una zona notoriamente endemica, qual è quella intorno a Latina e tutto l’Agro Pontino. Il paziente tendeva a sottostimare i sintomi, lamentandosi solo della febbre che non passava. Fortunatamente si è inserita la moglie, che ha svelato il fondamentale omissis del marito. La febbre persistente, da lui lamentata, era spesso associata a momenti di disorientamento spazio temporale. Questa rivelazione, unita alla particolare area di provenienza del paziente, ci ha messo immediatamente sul chi va là. A quel punto, abbiamo prima effettuato le analisi specifiche sul sangue e sulle urine per individuare il West Nile, e, subito dopo, eseguito una puntura lombare allo scopo di valutare il liquor, il liquido che sta intorno all’encefalo e vedere se il virus West Nile era arrivato sino a lì, come era prevedibile visti i sintomi neurologici. Lo abbiamo in questo modo individuato nella fase precoce della malattia e immediatamente avviato la terapia di supporto, che aiuta il paziente a superare la fase acuta. Il supporto terapeutico può consistere in un farmaco antivirale, già utilizzato per il Covid, che non elimina il virus, ma, come si è osservato in laboratorio, potrebbe ridurne sensibilmente la quantità e, quindi, anche il danno. Questo, unitamente ad a una terapia antinfiammatoria specifica per il cervello che consiste nella somministrazione di immunoglobuline e cortisone e a un adeguato supporto di liquidi e nutrizione, ha aiutato il paziente a passare nel giro di due settimane da una fase molto delicata della malattia, segnata da un disorientamento che si era nel frattempo aggravato, a una guarigione pressocché completa. Purtroppo però, vista come già ho detto l’assenza di una terapia specifica, non tutti i pazienti con forme neuroinvasive da West Nile sono fortunati come in questo caso. La letalità nelle forme neuroinvasive infatti è alta, circa il 10%, ma che può anche aumentare nei pazienti di base più defedati, come indicato da una recente revisione della letteratura scientifica”.
Che insegnamento possiamo trarre dalla storia che ci ha appena esposto?
“La morale, se così vogliamo chiamarla, di questo caso clinico è che sono sì importanti la ricerca scientifica e l’adeguamento delle strutture sanitarie a queste, come ad altre, nuove patologie, ma quel più conta, almeno in questa fase temporale che stiamo vivendo, è la presa di coscienza e la responsabilizzazione del singolo paziente su prevenzione e diagnosi precoce che fa, lo voglio ribadire a chiare lettere, tutta la differenza del mondo”.

