Intervista esclusiva di Antonello Sette al professor Eugenio Mercuri, Direttore dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile, Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCS , Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
Professor Mercuri, si parla, e magari qualche volta si straparla, sempre più spesso di terapie geniche, chiamate ad affrontare, e magari a risolvere, nell’immaginario collettivo malattie rare, gravi e a decorso degenerativo…
“Le terapie geniche sono la nuova frontiera per molte malattie su base genetica. Il beneficio della terapia è legato alla possibilità di sostituire un gene, che ha subito una mutazione e non è conseguentemente in grado di produrre una proteina essenziale per la funzionalità degli organi. Personalmente mi occupo di malattie neuromuscolari, che sono da sempre patologie rare, incurabili e molto progressive. Prima dell’arrivo delle terapie geniche, questa ineluttabile progressione era quasi sempre legata a una sopravvivenza assai ridotta. Le terapie geniche fanno parte di un pannello di approcci terapeutici, proposti negli ultimi anni, che hanno fortemente contribuito a riscrivere quella che noi chiamiamo la storia naturale della malattia, modificandone la progressione e, in alcuni casi, ad aumentare in modo importante, e qualche volta clamoroso, l’aspettativa di sopravvivenza”.
Ci può fare un esempio concreto di una terapia genica portata a compimento con successo?
“L’esempio forse più lampante è fornito dall’impiego della terapia genica nell’atrofia muscolare spinale, una malattia genetica, legata ai centri nervosi che sono nel midollo spinale. I bambini, che nascevano prima dell’ arrivo delle nuove terapie, avevano una sopravvivenza molto limitata: più del 90 per cento di loro moriva entro i primi due anni di vita. Erano bambini che non riuscivano neppure a controllare il capo e peggioravano in maniera inesorabile progressivamente, con compromissione respiratoria e della deglutizione che preannunciavano una morte molto precoce”.
La disponibilità delle nuove terapie geniche ha cambiato questo scenario senza speranze a aperto il cuore di tanti genitori alla possibilità di restituite ai loro figli una vita degna di questo nome…
“L’avvento delle nuove terapie, a nostra disposizione ormai da quasi 10 anni, ha letteralmente rivoluzionato il campo. In questi dieci anni praticamente quasi tutti i bambini trattati sono non solo sopravvissuti, ma anche significativamente migliorati dal punto di vista motorio, respiratorio e della deglutizione. Sono bambini che ora riescono a stare seduti e, in alcuni casi, anche a camminare, con una qualità di vita molto più alta di quella a cui erano precedentemente destinati. Quello che riusciamo ad ottenere con le nuove terapie configura una vera e propria rivoluzione”.
C’è un’altra malattia neuromuscolare che è rientrata a pieno titolo in questa rivoluzione copernicana?
“Sì, la nuova frontiera terapeutica investe anche altre malattie neuromuscolari, più specificatamente legate al muscolo, come la distrofia muscolare di Duchenne, laddove siamo, però, ancora all’inizio del percorso necessario. Gli studi preliminari ci suggeriscono che anche in questo caso la malattia sembrerebbe avere una progressione diversa da quella sin qui conosciuta ma i dati a lungo termine sono ancora limitati. I bambini affetti da questa patologia normalmente smettevano di camminare a 12/13 anni. Dai primi dati sembra emergere un prolungamento di questi tempi ed una maggiore stabilità, anche a livello respiratorio. Le terapie già in corso sono, quindi, importantissime, ma rappresentano solo un concreto punto di partenza per inquadrare l’insieme di queste malattie sotto una luce completamente diversa”.
I vantaggi delle terapie geniche vanno oltre i risultati sin qui super incoraggianti?
“Le terapie geniche hanno il grande vantaggio di dover essere utilizzate una sola volta nella vita, perché dopo il trattamento si sviluppano anticorpi che non consentono una reintroduzione delle cellule modificate. Questa unicità rappresenta chiaramente anche un limite, perché l’ambito temporale di osservazione dei bambini trattati è inevitabilmente limitato nel tempo e dobbiamo ancora capire, fra tante altre cose, quali saranno gli effetti della terapia genica nel lungo periodo”.
Esiste un problema di tempestività?
“in questi ultimi anni l’attenzione si è spostata sulla necessità di praticare le nuove terapie prima che i segni distintivi della malattia compaiano. Nonostante queste malattie siano genetiche e, quindi, presenti già alla nascita, i segni clinici spesso si manifestano quasi sempre in un secondo momento. E sttao appurato che identificare questi bambini con uno screening neonatale, prima che si sviluppno i segni clinici, permette l’inizio di un trattamento con risultati altrimenti impensabili. Alcuni dei bambini trattai prima della comparsa dei sintomi hanno uno sviluppo simile a quello dei loro coetanei che non hanno la loro malattia”.
Lo screening neonatale, di cui lei parla come un tassello fondamentale di tutta l’impalcatura, è ancora un’opportunità riservata a una minoranza…
“Sì, purtroppo in Italia è possibile effettuare lo screening neonatale solo in alcune Regioni e nonostante molte promesse non è ancora passata una legge che lo regoli a livello nazionale ”.
Una manifesta disparità, che diventa un’ingiustizia pesante e dai risvolti tragici, di cui sono vittime troppi bambini…
“Tutti i bambini, dovunque siano nati, hanno lo stesso diritto a vedere riconosciuta la loro condizione e a essere trattati, il più precocemente possibile, perché la tempestività, e correlativamente il ritardo, fanno tutta la differenza del mondo. Tutti i bambini dovrebbero avere la stessa possibilità di uno sviluppo sano e di una vita di qualità, senza essere discriminati, gli uni rispetto agli altri, per colpa delle differenze geografiche e delle disfunzioni della politica e della burocrazia”.

