Intervista esclusiva di Antonello Sette a Patrizia Pasculli, Specialista in Malattie Infettive e Tropicali presso il Policlinico Umberto I di Roma

Dottoressa Pasculli, questa estate abbiamo dovuto, nostro malgrado, sentire frequentemente parlare, quando non ne siamo stati direttamente o indirettamente coinvolti, di termini e malattie che erano ignote a noi profani, come Arbovirosi e West Nile…

“L’arbovirosi è una malattia infettiva indotta da virus, trasmessa all’uomo dalle punture di un artropode, che può nello specifico essere una zecca, una zanzara o un flebotomo. In Italia, come nel resto del mondo, le arbovirosi sono in costante aumento almeno da una decina d’anni. Questa estate la tipologia di arbovirosi più diffusa in Italia è stata quella riconducibile al virus autoctono, denominato “West Nile” che ha provocato, secondo l’ultimo bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità datato 27 agosto, 430 casi notificati”.

Una goccia d’acqua nell’oceano che non rende l’idea delle dimensioni reali…

“Lei ha colto nel segno. Bisogna, infatti, tener presente che i 430 casi notificati sono solo la punta di un iceberg molto più grande. La stragrande maggioranza dei casi di West Nile sono asintomatici e, come tali, restano nell’ombra. L’80 per cento delle infezioni provocate dalla zanzara culex, artropode vettore del virus West Nile, sono privi di sintomi e, quindi indecifrabili”.

Il West Nile è il virus cattivo che ha imperversato in questa estate, ma gli arbovirus non sono una specie isolata, ma una famiglia allargata a dismisura…

“Sì, non c’è solo il West Nile. Ci sono tanti altri arbovirus alcuni autoctoni, come l’Usutu o il virus Toscana ed altri importati da altri Paesi, come Zika, Chikungunya e Dengue, anche se ultimamente anche questi virus, originariamente da importazione, si stanno sviluppando autonomamente come virus autoctoni a tutti gli effetti. Ad esempio, in Italia il vettore del virus Chikungunya è la zanzara Aedes, che è ormai presente in tutto il bacino del Mediterraneo, compresa ovviamente l’Italia e si può, quindi, contrarre anche senza viaggiare in zone endemiche”.

Perché l’arbovirosi sta aumentando implacabilmente di frequenza e intensità?

“Le ragioni del balzo in avanti sono molteplici. Un ruolo importante lo svolge sicuramente il cambiamento climatico che ha reso l’Italia un Paese meno temperato di quanto era stato in passato, ma un contributo rilevante lo ha dato anche la globalizzazione, che ha provocato, come suo corollario, la mobilità sempre più frenetica di persone e beni materiali”.

Che cosa rischiamo se accidentalmente incappiamo in una puntura, che ci trasmette uno dei virus, catalogabili come arbovirosi?

“Per quanto riguarda il West Nile, l’arbovirus propagatosi più di tutti gli altri nell’estate 2025, va dalla forma asintomatica a quella lieve, che si manifesta con febbre, artralgia, linfoadenopatia, stato di prostrazione, rash maculo-papulare, sino a quelle che vengono definite forme neuroinvasive, che coinvolgono il sistema nervoso, centrale e periferico, con il rischio concreto di meningite, encefalite, paralisi acuta flaccida, sino ad arrivare al coma e, nei casi estremi, alla morte”.

Sono rischi che corriamo tutti indistintamente e nella stessa misura?

“I rischi sono sicuramente maggiori nelle persone anziane e nelle persone con molteplici comorbidità di natura cardiovascolare, oncologica o nei pazienti immunodepressi”.

Che cosa si può fare per contrastare gli arbovirus?

“Non abbiamo ancora a disposizione una terapia risolutiva, ma soltanto terapie di supporto. È fondamentale attenzionare tempestivamente le forme più gravi e arrivare a una diagnosi il più precoce possibile, per prevenire e scongiurare le complicanze più pericolose”.

Quali sono le precauzioni da assumere per prevenire a monte la possibilità di contrarre l’arbovirosi?

“C’è una dimensione di prevenzione collettiva e territoriale, fondata su programmi di disinfestazioni efficaci e lungimiranti. Poi c’è la singola persona, che si può proteggere individualmente, utilizzando repellenti contro le zanzare, rimuovendo l’acqua dai sottovasi, dalle piante, dai tombini e dovunque ristagni, coprendo il corpo con un abbigliamento adeguato e installando zanzariere alle finestre”.

Si è trovata recentemente di fronte a un caso concreto clinicamente allarmante?

“Sì, c’è stata una ragazza che ha passato le vacanze sul litorale romano. Una volta tornata a casa, ha avuto una sintomatologia concomitante e crescente di febbre molto elevata, cefalea, fotofobia, fino a doversi precipitare nel nostro Pronto Soccorso all’insorgere di un rash cutaneo. È stata immediatamente ricoverata e le è stato diagnosticata la febbre West Nile, e dopo uno stretto monitoraggio in ospedale, è stata dimessa a domicilio. A fare in positivo la differenza, è stata la non sottovalutazione dei sintomi da parte della paziente e la tempestività dell’intervento medico. Ci troviamo di fronte a patologie, che sembrano e si confermano banali nella maggioranza dei casi, ma che possono degenerare, se non vengono comprese, diagnosticate e trattate in un arco di tempo necessariamente breve e, talvolta, brevissimo”.

SaluteIn

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