Intervista esclusiva di Antonello Sette al dottor Domenico Bruno Pagano, CEO di GAPMED

Il contesto attuale della sanità pubblica italiana evidenzia fragilità che non possono essere trascurate. Siamo il Paese più anziano d’Europa, la domanda di assistenza si è fatta pressante e la risposta è insufficiente e territorialmente sbilanciata. Le statistiche parlano di un 7,6 per cento di italiani che rinuncia a curarsi. Quel che manca, più ancora dei medici, è una visione unitaria. A questo quadro va purtroppo aggiunto il numero crescente di borse di studio che per alcune specializzazioni vanno deserte e la nota dolentissima dei medici in fuga. Sono oltre diecimila quelli che negli ultimi tre anni si sono disiscritti dagli Ordini italiani per trasferirsi all’estero. In questo marasma si inseriscono fortunatamente iniziative lodevoli e lungimiranti, che si propongono di tappare le falle e riempire i vuoti del sistema, nell’interesse dei medici, delle strutture sanitarie, e, ed è quel che credo più conti, dei troppo spesso malcapitati cittadini.

Dottor Pagano, quando e con quali scopi nasce GAPMED?

“GAPMED nasce nel 2020 da un’idea di due medici anestesisti che, lavorando all’interno di strutture sia pubbliche che private, si sono trovati di fronte a grandi difficoltà e hanno deciso di creare un network di medici disponibili a lavorare con forme di collaborazioni più flessibili anche, ma soprattutto, all’interno del sistema sanitario pubblico”.

Quella flessibilità che in Italia è da sempre una misteriosa sconosciuta…

“I motivi che per cui sempre più professionisti scelgono noi piuttosto che un contratto di dipendenza, attengono sicuramente alla flessibilità, ovvero alla possibilità di conciliare il lavoro con la vita privata, ma anche alla meritocrazia. Molti medici abbandonano gli ospedali pubblici perché non vedono adeguatamente riconosciuta la propria professionalità”.

Che cosa offre GAPMED?

“GAPMED è un network di servizi sanitari. Spazia dalla chirurgia alle prestazioni ambulatoriali specialistiche e a branche oggi carenti, come, ad esempio, quelle della ginecologia e della radiologia. Nello specifico, ai nostri medici offriamo contratti di collaborazione, anche con le strutture pubbliche, diversi da quelli di dipendenza. Sono medici per definizione indipendenti, che hanno l’opportunità di lavorare sia all’interno delle strutture pubbliche che di quelle private, convenzionate e non, e di una rete di poliambulatori, che abbiamo creato proprio per rispondere alle prestazioni più carenti”.

Si aprono, quindi, nuove incoraggianti prospettive per i medici, specie per quelli che hanno comprensibilmente perso motivazioni ed entusiasmo?

“Offriamo un network che comprende un sistema non solo di tutela, ma anche di selezione e valorizzazione delle professionalità. Ad esempio, puntiamo alla creazione di équipe chirurgiche, che non lavorino in un regime di elevato turnover. Grazie a équipe stabili, e non improvvisate e ballerine, siamo in grado di garantire un servizio tempestivo di qualità”.

I medici che vi scelgono sono sempre più numerosi. La perdita del posto fisso non è un più un tabù?

“Il contratto collettivo nazionale non è ambito dai medici come in passato, perché a fronte delle tutele, prevede impegni lavorativi ingenti. Le 38 ore settimanali standard possono lievitare sino a 60, se si rimane all’interno di un rapporto di dipendenza. Noi offriamo e chiediamo ai nostri medici il rispetto della normativa vigente sull’orario di lavoro: nessun nostro medico può eccedere il numero di ore stabilito dalle norme. Quelli che stipuliamo sono contratti di collaborazione a partita Iva, come stabilisce il decreto-legge 34 del 2020 in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia”.

Quali sono, se ci sono, gli svantaggi del sistema da voi adottato?

“I medici che lavorano con noi, essendo liberi professionisti, non beneficiano dell’indennità di malattia, né della copertura assicurativa gratuita del datore di lavoro e neppure delle garanzie previdenziali previste dall’Inps”.

Ma nonostante questo…

“Sono medici che hanno fatto una scelta, anteponendo alla stabilità la qualità del loro lavoro e della loro vita”.

Quali sono le differenze fra dipendenza e libera professione dal punto di vista retributivo?

“I medici a partita Iva sembra che guadagnino di più, ma in realtà si fa spesso riferimento a cifre lorde, su cui grava una tassazione che si aggira intorno al 50 per cento, arrivando in qualche caso anche a sfiorare il 60, dal momento che, oltre ai contributi Irpef, devono essere pagate, a parte e in proprio le contribuzioni previdenziali dell’Enpam.

In cosa consiste l’unicità di GAPMED nell’ambito delle offerte sanitarie?

“A renderci unici è l’aver creato un network di medici che hanno l’opportunità di lavorare, sia in équipe stabili, sia individualmente, tanto nel pubblico, quanto nel privato, ivi comprese le strutture poliambulatoriali che stiamo aprendo in tutta Italia. I nostri medici, oltre a vedersi pienamente riconosciuto il loro valore clinico, hanno anche la fondamentale possibilità di scegliere dove e quando lavorare. Sono medici liberi, padroni di sé stessi e del proprio destino professionale”.

Qual è il futuro del lavoro medico secondo GAPMED?

“Prevediamo che i contratti di collaborazione con i professionisti, che stanno utilizzando le aziende sanitarie, possano diffondersi e incrementarsi sempre più. Non dobbiamo dimenticare che in alcune aree geografiche è sempre più problematico reperire professionisti disposti a trasferirsi in pianta stabile. Penso, per fare due esempi concreti, alle zone più remote delle Dolomiti o ad alcune aree della Valtellina, dove tradizionalmente esiste una grave carenza di professionisti. Il sistema, di cui siamo parte, che garantisce una sostanziale flessibilità al medico e la possibilità di essere valorizzato anche dal punto di vista professionale, fa sì che l’opportunità, aperta dal decreto numero 34, possa essere incentivata e, conseguentemente garantire un maggior numero di professionisti disponibili a supportare il sistema sanitario nazionale. I rapporti di dipendenza non sono più visti con il favore di un tempo dalla maggioranza dei medici, anche per i risvolti economici. Gli stipendi dei medici italiani sono nettamente inferiori alla media europea, e come se questo non bastasse, i turni imposti, influiscono negativamente sui ritmi, sulle aspettative e sulla qualità della vita privata, che è un bene prezioso da salvaguardare. Nell’interesse non solo dei medici, ma dell’intera collettività”.

SaluteIn

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