Intervista esclusiva di Antonello Sette a Maria Rosa Ciardi, professore associato di Malattie Infettive-Università “Sapienza” di Roma
Professoressa Ciardi, la cistite, oltre che una condizione di disagio e di dolore, è spesso, al di là della diagnosi, un enigma da interpretare e sciogliere….
“La cistite è un’infiammazione della vescica, organo del tratto urinario che riconosce prevalentemente una genesi infettiva. In alcuni casi viceversa l’infiammazione, con quadro sintomatologico sovrapponibile alla cistite infettiva, è la conseguenza di meccanismi altri, per cui stabilire attraverso una diagnosi differenziale se la cistite sia o meno di origine infettiva risulta dirimente per l’identificazione del trattamento terapeutico da attuare. La cistite infettiva può essere acuta e anche ricorrente e può complicarsi coinvolgendo strutture a monte come ureteri e reni con quadri di pielonefrite o strutture a valle come nel caso delle cisto-uretriti.
Torniamo alla cistite infettiva vera e propria…
“Va precisato preliminarmente che la cistite infettiva è molto più frequente nelle donne. Per delineare un quadro completo, con riferimento al sesso e all’età, nei bambini si manifesta senza una particolare incidenza macroscopicamente diversa fra maschi e femmine. L’incidenza è più elevata nelle donne in giovane età, per poi invertirsi nella tarda età in cui diventa sovrapponibile o addirittura maggiore nel sesso maschile, molto spesso in correlazione con altre patologie come ad esempio la prostatite. Va segnalato inoltre che uno degli elementi di prevenzione è l’igiene personale in quanto i batteri più frequentemente responsabili sono a partenza dal tratto intestinale e tra questi, quello prevalentemente incriminato è l’Escherichia coli”.
Come si individua la cistite infettiva?
“La cistite si manifesta, tanto nella donna, quanto nell’uomo con una sintomatologia caratterizzata da pollachiuria, ovvero necessità di urinare con una frequenza più elevata che in condizioni normali, da disuria caratterizzata da dolore presente durante la minzione e talvolta da febbre. Generalmente il medico di riferimento interpellato dal paziente richiede in primis una valutazione microbiologica, prescrivendo l’esame delle urine e l’urinocoltura con relativo antibiogramma, ma spesso è indotto a prescrivere una terapia antibiotica empirica proprio per la sintomatologia mal sopportabile. Oltre la valutazione dell’esame urine e dell’urinocoltura, ulteriori esami utili nella fase acuta sono l’esame emocromocitometrico e alcuni indici infiammatori come VES (velocità di eritrosedimentazione e PCR (proteina C reattiva); nei casi più complicati possono essere necessari l’ecografia pelvica ed un esame di imaging quale L’uro-Tc soprattutto per valutare il coinvolgimento delle alte vie (pielonefriti), che necessitano di terapie antibiotiche più prolungate, o evidenziare la presenza di calcoli che richiedono approcci combinati (vedi antibioticoterapia e litotrissia). Nei casi di cistite non complicata la valutazione dell’esame urine e dell’urinocoltura atta ad identificare l’eventuale batterio responsabile, deve essere attenta e ponderata. Senza l’identificazione di un batterio, si deve valutare attentamente la necessità di prescrivere o meno una terapia antibiotica. In genere è meglio evitarla e utilizzare sistemi di cura alternativi, quali far bere molto il paziente e consigliare una dieta adeguata prevalentemente priva di alcool e cibi irritativi. Anche nel caso di presenza di un batterio senza sintomatologia clinica, definita come batteriuria asintomatica, non è automatico trattare il paziente con un antibiotico in quanto l’eventuale antibioticoterapia è consigliata secondo il numero di colonie del germe identificato e alla presenza o meno di sintomatologia clinica. Al di sotto delle centomila (105) unità formanti colonie (UFC) non viene generalmente somministrato nessun tipo di antibiotico. Diverse sono ovviamente le scelte terapeutiche quando ci si trova di fronte a infezioni in pazienti anziani correlate alla presenza di batteri particolari e possibilmente resistenti ai normali antibiotici. È sicuramente questa la situazione più complicata in assoluto. Anche in questo caso, per molti versi estremo, prima di scegliere se dare corso o meno alla terapia antibiotica, è necessario valutare con attenzione i sintomi e i risultati laboratoristici e microbiologici. Bisogna infatti stabilire se il paziente è solo colonizzato dal batterio o se, invece, siamo al cospetto di un’infezione attiva e se questa sia da trattare. Se si tratta di colonizzazione e la sintomatologia è assente, il paziente deve solo bere molto e osservare una dieta adeguata e un’igiene attenta e scrupolosa. Viceversa, quando il quadro clinico è tale da identificare un vero quadro infettivo il trattamento antibiotico si rende necessario.
In quali ipotesi si deve propendere per la terapia antibiotica?
“La terapia antibiotica va presa in considerazione ogni qualvolta il risultato microbiologico evidenzia germi con numero di colonie molto elevate (nello specifico fra le 105e 106 UFC) e soprattutto in presenza di sintomi e indici infiammatori alterati. In alcuni casi, laddove possibile, verrà prescritto trattamento domiciliare per una durata di circa 7 -14 giorni. Nei pazienti con quadro clinico impegnato e con identificazione di germi particolarmente resistenti, la gestione infettivologica appare più articolata e complessa per la necessità di utilizzare antibiotici innovativi per i quali in genere si rende necessario il ricovero ospedaliero”.

