Intervista esclusiva di Antonello Sette al professor Carlo Gaetano, Direttore del Laboratorio di Epigenetica, Istituti Clinici Scientifici Maugeri di Pavia

S.F.“Ho scelto di dedicare la mia vita alla ricerca scientifica già da quando ero uno studente liceale. L’epigenetica è stata il mio punto di arrivo. Prima avevo girato il mondo e accumulato esperienze a vasto raggio. Il mio primo maestro è stato l’immunologo Fernando Aiuti alla Sapienza di Roma. Successivamente, dopo una proficua esperienza presso il  National Cancer Institute-NIH negli USA, dove mi sono occupato di tumori pediatrici, ho incontrato Maurizio Capogrossi, che lavorava al National Institute of Aging di Baltimora.All’epoca aveva deciso di aprire un laboratorio a Roma all’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, qui ci siamo dedicati per vent’anni allo studio delle malattie cardiovascolari iniziando dalle  basi molecolari, all’epoca poco caratterizzate in questo campo. Dopo una lunga esperienza in Germania come professore nel Dipartimento di Cardiologia e Direttore della Divisione di Epigenetica Cardiovascolare presso la Goethe University di Francoforte, sono rientrato in Italia, all’Istituto Maugeri di Pavia. L’interesse primario dei miei studi in questa sede è focalizzato all’epigenetica. Una parola di etimologia greca, coniata negli anni ’40 dal ricercatore inglese Conrad Hal Waddington, che aveva capito che, oltre ai geni veri e propri, di cui si occupa la genetica, esiste qualcos’altro che regola la funzione dei geni stessi. L’epigenetica studia tutti i meccanismi che regolano la funzione dei geni, senza coinvolgimento diretto della sequenza del DNA. Non ci occupiamo di mutazioni, come fanno i genetisti, ma dei meccanismi regolatori, che controllano la funzione dei geni presenti sul Dna, senza cambiarne la sequenza”.

L’epigenetica è solo pura teoria o può aspirare ad applicazioni pratiche?

“L’epigenetica è una disciplina scientifica essenzialmente di ricerca di base, che si sta progressivamente spostando verso la clinica, in particolare da quando le aziende farmaceutiche hanno sviluppato svariate molecole, in grado di regolare la funzione di tutte le proteine coinvolte nei meccanismi epigenetici, proponendo cure per diversi tipi di malattie, che sono basate su principi del tutto nuovi”.

Questi farmaci funzionano? In altre parole, siamo già dentro una rivoluzione copernicana dei sistemi di cura?

“I farmaci, di cui le sto parlando, sono per lo più recentissimi e, quindi, in fase di sviluppo. È, quindi, troppo presto per dire se funzionano. Ci sono, però, anche farmaci epigenetici, il cui approccio scientifico risale ai primi anni Duemila, che hanno già dimostrato applicazioni terapeutiche, soprattutto per quello che concerne l’ambito oncologico, ma c’è qualcos’altro di estremamente interessante, che apre prospettive e speranze, sino a qualche anno fa inimmaginabili. Negli ultimi due anni i farmaci epigenetici cominciano ad essere utilizzati con profitto, anche al di fuori dell’oncologia, nel trattamento di malattie rare, come, ad esempio, la distrofia muscolare di Duchenne. Anche se questo approccio  al momento non è una cura vera e propria, potrebbe però  evolvere/perfezionarsi ed arrivare alla correzione definitiva del difetto relativo al gene che sintetizza la distrofina stessa, che è il gene malato. Non esiste ancora, tanto per essere chiari, una terapia genica, nonostante le legittime speranze suscitate dalla campagna di Telethon”.

E a questo punto, nell’attesa della terapia genica che ancora non si intravede, scende in campo, se ho capito bene, l’epigenetica?

“Negli anni a cavallo fra il 2006 e il 2007, un consorzio internazionale, di cui facevo parte, ha proposto un approccio farmacologico alla distrofia muscolare di Duchenne, mostrando gli effetti terapeutici che un farmaco epigenetico, già utilizzato a livello umano per alcune rare forme di leucemia, produceva sui topi distrofici. A seguito di queste osservazioni, si è concluso nel 2022 e sono stati resi da poco noti i risultati positivi di un trial clinico (NCT02851797), che si è svolto anche in Italia e che ha superato le fasi 1, 2 e 3 dimostrando di funzionare nell’uomo in bambini Duchenne ancora in grado di camminare”.

È più di una speranza?

“Per i bambini affetti dalla distrofia di Duchenne assolutamente sì. L’epigenetica sta fornendo non una cura, perché non correggiamo il difetto del gene, ma una terapia che funziona, con un recupero di forza muscolare. Deve cominciare la fase 3, in pazienti Duchenne non deambulanti, che magari porterà ad altri risultati positivi. Attendiamo tutti una terapia genica che, prima o poi, qualcuno riuscirà a mettere a punto e a sperimentare con successo. Nell’attesa c’è e ci sarà sempre più spazio per una terapia epigenetica, in grado di controllare, o almeno attenuare, gli effetti nefasti del malfunzionamento dei geni”.

SaluteIn

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