Intervista esclusiva di Antonello Sette al professor Roberto Bracaglia, Vicepresidente dell’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica

Professor Bracaglia, quali sono i rischi a lungo termine dell’esposizione ai raggi ultravioletti, senza un’adeguata protezione della pelle e quali precauzioni si possono adottare per evitare conseguenze precancerogene?

“L’esposizione solare è di fondamentale importanza per la nostra vita e non ne possiamo fare a meno. Già quando siamo bambini, rafforziamo le nostre ossa e cresciamo in buona salute, grazie alla vitamina D che quotidianamente sintetizziamo, esponendoci ai raggi ultravioletti. C’è, quindi, un’esposizione al sole sana, che va salvaguardata e, purtroppo, anche un’esposizione prolungata in modo esagerato, per motivi culturali, laddove si vuole ottenere, magari in poco tempo, un’abbronzatura completa, o meramente professionali, che rappresentano un pericolo per la salute umana. Va detto che non siamo tutti uguali. La pelle differisce da persona a persona e, conseguentemente, non tutti vanno messi in guardia nello stesso modo. Se la persona, che si espone al sole, ha la pelle scura è in una condizione molto diversa da chi geneticamente ha la pelle del colore del latte. L’esposizione al sole va sempre correlata alle caratteristiche della persona. Il grande dermatologo americano Thomas B. Fitzpatrick ha individuato e classificato sei diversi tipi di pelle, partendo da quella più bianca del colore del latte, che scorgiamo nei turisti che arrivano dalle città del Nord Europa. È una pelle che non si potrà mai abbronzare, ma solo ustionare. A tutti quelli, che l’hanno ricevuta geneticamente in eredità, basta trascorrere anche una sola giornata al mare per diventare, se non usano una crema ad altra protezione solare, rossi e paonazzi dalla testa ai piedi. Poi, ci sono le pelli chiare e meno chiare, che si ustionano con meno facilità e si abbronzano lentamente, ma vanno comunque incontro a danni significativi, ove non adeguatamente protette. A seguire vengono le pelli leggermente scure, che sono assai più frequenti alle nostre latitudini, sino a quelle olivastre a addirittura nere, che si proteggono al massimo grado naturalmente, senza coadiuvanti di alcun genere. Noi dobbiamo, quindi, distinguere i nostri pazienti, prima di dare loro qualsiasi consiglio. Il sole e la vitamina D, che sintetizziamo esponendoci ai raggi ultravioletti, sono per noi tutti elementi indispensabili per  la vita. I danni sono provocati da un’esposizione prolungata, discontinua e improvvisa, come avviene quando in ventiquattro ore si passa dai banchi di scuola, o dalle scrivanie di lavoro, direttamente a una spiaggia infuocata dal sole, magari senza tenere minimamente conto del proprio tipo di pelle. Affrontare il surplus solare senza avere nella cute la melanina necessaria a proteggerci, pigmento bruno prodotto dai melanociti, è una scelta che, se ripetuta sistematicamente, può comportare conseguenze importanti negli anni. Oltretutto, ci sono vari tipi di melanina. Ci sono persone che raggiungono in poco tempo un’invidiabile, intensa abbronzatura e altre, che hanno melanine meno valide e, conseguentemente, una pelle che non va oltre il rossiccio. Prima di dare i nostri consigli ai pazienti efficacemente personalizzati, dobbiamo distinguere le diverse tipologie”.

Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, i tumori cutanei rappresentano una percentuale significativa, se non addirittura predominante, di neoplasie nella popolazione di carnagione bianca. In che modo si può incentivare una maggiore consapevolezza delle necessità della prevenzione e della diagnosi precoce?

“È assolutamente necessario utilizzare tutti i media disponibili per rendere quante più persone possibili consapevoli non solo degli enormi vantaggi, ma anche dei rischi, che sono collegati all’esposizione del corpo al sole. Noi abbiamo circa un metro e mezzo quadrato di pelle, su cui direttamente si riverberano i raggi ultravioletti. Esporsi gradualmente, protetti naturalmente dalla melanina e artificiosamente dalle creme solari, è fondamentale per ridurre al minimo il rischio di tumori cutanei che, se complessivamente considerati, hanno un’incidenza nella popolazione bianca, che supera percentualmente quella di tutti gli altri presi singolarmente”.

L’AICPE ha sottolineato che il settanta percento delle pratiche chirurgiche nel distretto del volto sono asportazioni di carcinomi cutanei. Quali sono i segnali di allarme da tenere presenti per riconoscere tempestivamente una lesione cutanea sospetta?

“Una lesione cutanea sospetta è una neoformazione, che prima non esisteva. Le tre forme più frequenti di tumore cutaneo sono il carcinoma basocellulare, quello spinocellulare e il melanoma. Le loro manifestazioni e, conseguentemente, i segnali di allarme che mandano sono differenti. Il carcinoma basocellulare è un nodulo di colorito cereo che, nella sua forma più frequente, tende ad allargarsi e in trasparenza mostra come dei piccoli vasellini. Può manifestarsi anche in una forma pigmentata o di piccole ulcere che compaiono, senza nessuna logica, in un punto dove non preesisteva nessuna lesione o, infine, può avere un aspetto piano-cicatriziale come una cicatrice nuova di zecca. Il carcinoma spinocellulare, che è meno frequente, dal momento che rappresenta non più del 25 percento dei tumori cutanei, nasce con delle lesioni precancerose, il più delle volte su base solare, simile a piccole placchette che alla palpazione danno la sensazione di granellini di sabbia attaccati sulla pelle. Questi possono essere facilmente trattati ma, se non curato adeguatamente, può trasformarsi in un carcinoma. All’iniziano hanno le sembianze di una crosticina dura e chiara ma, successivamente, tendono a ulcerarsi. La terza forma è il melanoma, fortunatamente più raro ma più aggressivo se non trattato precocemente. Esso compare con un aspetto iniziale di una macchia cutanea che un occhio inesperto può interpretare come un innocuo neo. Ogni macchia cutanea, una volta comparsa, va sempre controllata, perché la diagnosi, se a guardarla è un occhio esperto, può essere eseguita agevolmente. Si deve verificare se la macchia pigmentata è simmetrica o asimmetrica. L’asimmetria è tipica del melanoma, al contrario della forma tondeggiante, che è tipica dei nei. Sono importanti anche i bordi: se sono netti, fanno propendere per il neo, se sono, al contrario, frastagliati, l’idea che se ne può ricavare è quella del melanoma. Anche il colore può essere una variabile discriminante. Il colore del neo è generalmente omogeneo, al contrario di quello del melanoma, che è variegato. Anche l’allargamento in superficie o sviluppo graduale della neoformazione pigmentata può essere un indicatore di sospetto. Sono diagnosi che raggiungono la massima certezza, quando sono demandate a uno specialista in chirurgia plastica o in dermatologia”. 

Quali sono i protocolli, in uso nelle asportazioni chirurgiche, più idonei a garantire la radicale rimozione delle cellule tumorali?

“I protocolli sono ovviamente diversi, a seconda del tipo di lesione. Da qui l’importanza di una diagnosi preventiva per capire quanto dobbiamo allargarci in superficie o addentrarci nei tessuti più profondi e più interni”.

Qual è il messaggio più importante che desidera comunicare al pubblico e ai lettori sui temi della prevenzione, della diagnosi precoce e dell’importanza di rivolgersi a uno specialista, in caso di lesioni sospette, primarie o recidive? Che siano?

“La cosa importante è fare un monitoraggio costante e attento della nostra pelle in tutta la sua estensione e far caso se sta comparendo qualcosa di nuovo che prima non esisteva. A quel punto la prima cosa da fare è un controllo dermatologico, ricorrendo eventualmente anche una dermatoscopia, per capire se la nostra lesione è benigna o se, in caso contrario, necessita urgentemente di un trattamento”.

SaluteIn

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