Il melanoma è uno dei tumori della pelle che più hanno cambiato il volto dell’oncologia negli ultimi anni. Se individuato precocemente, può essere curato nella maggior parte dei casi con la sola chirurgia. Il problema nasce quando alcune cellule tumorali riescono a sfuggire al controllo, raggiungere i linfonodi o altri organi e dare origine a metastasi. A quel punto la malattia diventa molto più complessa da trattare. Una delle caratteristiche che rendono il melanoma particolarmente insidioso è proprio la sua capacità di diffondersi. Le cellule tumorali possono entrare nei vasi linfatici o sanguigni e raggiungere organi anche molto lontani dalla sede originaria. Nel melanoma metastatico possono essere interessati, tra gli altri, polmoni, fegato, cervello, ossa e tessuti molli.
C’è poi un altro elemento: il melanoma non è una malattia geneticamente uniforme. Le cellule di uno stesso tumore possono presentare caratteristiche molecolari differenti e cambiare nel tempo. Questa eterogeneità rende più difficile individuare un unico bersaglio terapeutico capace di eliminare tutte le cellule malate. Un esempio arriva dalle terapie mirate contro alcune mutazioni del gene BRAF. Sono stati sviluppati farmaci capaci di bloccare specifici meccanismi che alimentano la crescita del tumore e queste terapie hanno migliorato significativamente le prospettive dei pazienti con melanoma avanzato. Tuttavia, praticamente tutti i pazienti trattati con le terapie mirate BRAF/MEK sviluppano prima o poi forme di resistenza e possono andare incontro a una nuova progressione della malattia. Ed è proprio qui che entra in gioco il sistema immunitario.
Il melanoma è infatti, per certi aspetti, un tumore particolarmente interessante per l’immunoterapia. Le sue cellule tendono ad accumulare un numero elevato di mutazioni e alcune di queste possono essere riconosciute dal sistema immunitario come anomale. Per questo il melanoma è considerato un tumore particolarmente immunogenico, cioè capace di suscitare una risposta immunitaria. Il problema è che il tumore ha sviluppato strategie per “spegnere” o aggirare questa risposta. Le cellule tumorali possono sfruttare i cosiddetti checkpoint immunitari, meccanismi fisiologici che normalmente servono a impedire che il sistema immunitario attacchi indiscriminatamente i tessuti sani. Gli inibitori dei checkpoint, come pembrolizumab e nivolumab, cercano di riattivare questa risposta e hanno rivoluzionato il trattamento del melanoma avanzato. Ma anche l’immunoterapia non funziona per tutti e alcuni tumori possono sviluppare meccanismi di resistenza. Per questo la ricerca sta cercando nuove strategie per rendere la risposta immunitaria più precisa e duratura.
È in questo scenario che si inserisce il nuovo approccio di Moderna e MSD: invece di limitarsi a riattivare il sistema immunitario, il vaccino personalizzato a mRNA cerca di insegnargli quali caratteristiche specifiche del tumore riconoscere. Il principio è quello della medicina di precisione: analizzare il tumore del singolo paziente e costruire una terapia sulla sua specifica “firma” molecolare. La sfida, dunque, non è soltanto eliminare il melanoma che vediamo. È riuscire a intercettare anche quelle cellule che possono essere rimaste nell’organismo dopo l’intervento e che, mesi o anni più tardi, potrebbero dare origine a una recidiva o a una metastasi. Ed è proprio su questo terreno che si sta giocando una delle partite più interessanti della nuova oncologia: non soltanto curare il tumore quando ritorna, ma cercare di impedire che ritorni.

