Intervista esclusiva di Antonello Sette a Giancarlo Ceccarelli, Dirigente Dipartimento Medicina Interna, Scienze Endocrino-metaboliche e Malattie Infettive del Policlinico Umberto I di Roma

Dottor Ceccarelli, la resistenza agli antibiotici è ormai un’emergenza planetaria…

«La resistenza agli antibiotici è un fenomeno di rilevanza globale per la sanità pubblica, che interessa, seppure con caratteristiche e dimensioni differenti, tanto i Paesi ad alto reddito quanto quelli con risorse più limitate. Dal punto di vista clinico, la presenza di batteri resistenti può rendere più complesso il trattamento delle infezioni, ridurre le opzioni terapeutiche disponibili e, in alcuni casi, comportare un prolungamento dell’assistenza e un maggiore impiego di risorse sanitarie. Non si tratta, tuttavia, di un problema esclusivamente ospedaliero: la resistenza agli antibiotici riguarda anche le infezioni acquisite nella comunità e si inserisce in un contesto più ampio, nel quale interagiscono fattori biologici, clinici, ambientali e sociali. È proprio questa complessità a rendere necessaria una lettura del fenomeno che non si limiti al singolo paziente o al singolo microrganismo».

L’antibiotico resistenza è un fenomeno relativamente nuovo. Quale ne è la causa?

“La resistenza agli antibiotici non è un fenomeno biologicamente nuovo. I batteri possiedono da tempi antichissimi meccanismi che consentono loro di sopravvivere all’azione di determinate sostanze antimicrobiche. Ciò che è cambiato è la diffusione di questi meccanismi e il loro impatto sulla medicina contemporanea. È importante distinguere l’antibiotico-resistenza, che riguarda i batteri, dalla più ampia resistenza antimicrobica, che comprende anche quella a farmaci antivirali, antifungini e antiparassitari. Un batterio resistente non è necessariamente più aggressivo o più capace di provocare malattia: può però risultare molto più difficile da trattare perché alcuni antibiotici perdono efficacia”.

A che cosa è dovuta la comparsa di questi microrganismi capaci di resistere alle armi a nostra disposizione?

“I meccanismi di resistenza esistono in natura da molto prima dell’impiego clinico degli antibiotici. L’uso di questi farmaci, soprattutto quando è eccessivo o inappropriato, esercita una pressione selettiva: i batteri sensibili vengono contrastati, mentre quelli resistenti possono sopravvivere e diffondersi. A questo si aggiunge la capacità dei batteri di scambiarsi materiale genetico contenente determinanti di resistenza. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto soltanto alle prescrizioni antibiotiche. Il progresso della medicina ci consente oggi di curare e mantenere in vita persone che in passato avrebbero avuto prospettive molto più limitate: grandi anziani, neonati prematuri, pazienti sottoposti a trapianto, terapie oncologiche o cure intensive. Sono persone spesso particolarmente vulnerabili alle infezioni e talvolta esposte a procedure invasive, ricoveri prolungati e trattamenti antibiotici ripetuti. Il risultato è un paradosso solo apparente: proprio mentre la medicina amplia le possibilità di cura, deve confrontarsi con una popolazione di pazienti più complessa e con un maggior rischio di infezioni difficili da trattare. La resistenza, tuttavia, non nasce dalla fragilità dei pazienti; è favorita dalla selezione e dalla circolazione dei batteri resistenti, in ospedale e fuori dall’ospedale”.

Allude all’ambiente in cui viviamo o, sempre più, siamo costretti a vivere?

“Esattamente. La resistenza agli antibiotici non può essere compresa guardando soltanto a ciò che accade negli ospedali. La prospettiva One Health riconosce l’interdipendenza fra salute umana, salute animale ed ecosistemi. Gli antibiotici vengono impiegati anche in medicina veterinaria e, in determinati contesti, nelle produzioni animali e vegetali. Il loro utilizzo può favorire la selezione di batteri resistenti nei diversi comparti, con possibili percorsi di diffusione attraverso il contatto diretto, la filiera alimentare, l’acqua, il suolo e gli scarichi. Non significa che ogni alimento di origine animale trasmetta batteri resistenti o che tutte queste vie abbiano lo stesso peso: i rischi dipendono dai contesti, dalle pratiche adottate e dai controlli. Inoltre, non sono i batteri a “imparare” intenzionalmente a resistere: le varianti resistenti vengono selezionate e i geni di resistenza possono circolare tra microrganismi. È questa rete di connessioni a rendere il problema così complesso. Contrastarlo richiede un uso appropriato degli antibiotici nella medicina umana e veterinaria, prevenzione delle infezioni, sorveglianza microbiologica e attenzione alle condizioni ambientali. Nessuno di questi interventi, da solo, può essere sufficiente”.

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