Intervista esclusiva di Antonello Sette a Ugo Sabatello, neuropsichiatra infantile, psicanalista Società psicanalitica Italiana – International Psychoanalytic Association

Dottor Sabatello, l’aggressività e la violenza hanno ahinoi contaminato anche l’infanzia e l’adolescenza…

“Questo accade innanzi tutto perché i giovani e i giovanissimi sono entrati a far parte del mondo economico degli adulti. Sono diventati oggetto di mercato, da quando si è visto che hanno cominciato ad acquistare in modo consistente e, quindi, allettante per i venditori. Negli ultimi dieci anni è via via cresciuto l’interesse nei confronti degli adolescenti, con l’obiettivo dichiarato di farli entrare a pieno titolo all’interno dell’apparato produttivo”.

C’è chi obietta che la violenza c’è sempre stata…

“È vero, la violenza c’è sempre stata, ma ora si assiste a un aumento visibile di quella espressa. Non rimane confinata all’interno delle case, non è più solo un malessere personale, ma è diventata una serie di agiti e di reati (molto spesso imitativi), un comportamento pericoloso e antisociale sempre più diffuso A questo proposito e sempre nell’ottica di rispondere alla sua provocazione iniziale, vorrei ricordare un esperimento sociale di grande significato e importanza”.

Quando e dove è stato effettuato?

“Negli anni ’90 l’ Islanda era investita dall’uso massiccio e capillare di sostanze psicoattive e di alcol da parte degli under 16, che coinvolgeva fra il 48-50% dei ragazzi compresi in quella fascia di età. Nel corso di una quindicina d’anni, la percentuale si è ridotta al 5%. Un’operazione sociale senza precedenti e un risultato eccezionale”. (Programma: Youth in Iceland)

Che cosa hanno fatto per ottenerlo?

“Sicuramente alcune restrizioni. D’estate e d’inverno, logicamente con una differenza negli orari, i ragazzi dovevano stare o a casa o a scuola e solo sino ad un orario prestabilito potevano restare in giro liberamente. È stata nel contempo proibita qualsiasi propaganda di alcol e di tabacco. Si è arrivati, addirittura, ad eliminare le pubblicità di alcol e fumo non solo in Islanda ma anche nei film che arrivavano dal mercato estero. Quindi, tutta una serie di misure restrittive e, se vogliamo, anche censorie. Però, nello stesso tempo a questi ragazzi è stata offerta un’alternativa, sia dentro le loro case, sia all’interno di centri di aggregazione come le scuole, che hanno cominciato ad offrire attività sportiva, musica, arte, intrattenimento, tutto quello, quindi, che poteva interessare e coinvolgere gli under 16. Un esperimento straordinario che si è meritatamente guadagnato una risonanza mondiale, capace, come è stato, di ridurre al lumicino la criminalità e la dipendenza da alcolici e sostanze psicoattive”.

Divieti e proposte dovrebbero procedere a braccetto anche in Italia?

“Sì, chiaramente l’Italia non è l’Islanda per moltissimi aspetti, ma anche qui servono regole restrittive, ma soprattutto servono alternative, altre opportunità. È un fatto innegabile che a distanza di due anni e mezzo dal pacchetto di norme severamente costringenti, contenute nel Decreto Caivano, abbiamo registrato l’aumento del 40 per cento della criminalità adolescenziale, l’affollamento degli IPM esistenti e l’apertura di tre nuovi Istituti Penali per Minorenni, senza peraltro il reperimento di operatori in grado di guidare il reinserimento. Le conseguenze di quello che è stato disposto sono drammatiche, anche perché era evidente, e i fatti lo hanno confermato, che non servivano a niente. Ad esempio, abbassare l’età imputabile non serva assolutamente a nulla”.

Che cosa serve?

“Servono interventi adeguati e mirati a diversi livelli, dal contrasto ai modelli fuorvianti del web e alla disponibilità delle armi, proprie e improprie. Servono soprattutto proposte alternative. Serve una modificazione a 360 gradi dei valori che vengono trasmessi”.

E qui casca, come suol dirsi impropriamente, l’asino…

“Sì perché i valori, più che con le lezioni in presenza o a distanza, si trasmettono con l’esempio. Gli adolescenti sono sempre stati sensibili alla mancanza di etica nel mondo in cui vivono. Sono per loro natura “iperetici”, perché hanno la capacità di capire che tutto quello che gira intorno a loro è eticamente sbagliato. È velleitario pretendere che questi ragazzi facciano quello che noi riteniamo “giusto”, se si sfruttano i loro errori, come l’alcol, il fumo, la violenza e l’uso si sostanze nocive, perché sono fonti di guadagno. Alla fine della fiera, i cosiddetti reprobi fanno parte del circuito produttivo. Non a caso, l’algoritmo sceglie le scene di violenza o il bullismo sulle piattaforme perché fanno audience e, conseguentemente, aumentano i profitti. Prima di giudicare e di sparare a casaccio, dobbiamo domandarci se la società è in grado di trovare il coraggio che serve per fare un passo indietro. Altrimenti, è illusorio pensare di poter avere giovani e giovanissimi meno delusi, meno arrabbiati e meno propensi a trasgredire e a delinquere”.

SaluteIn

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