Una dieta composta per il 25-30% da proteine fa bene alla salute. Lo conferma un’analisi pubblicata sulla rivista “The Lancet” secondo la quale, al contrario, il contributo energetico derivante da alimenti industriali ultra-processati nella dieta quotidiana è aumentato sensibilmente negli ultimi decenni in molti paesi con ripercussioni negative sulla salute. In particolare in paesi come Spagna e Cina la quota di calorie totali proveniente da alimenti ultra-processati è triplicata negli ultimi 30 anni; analoghi incrementi si sono osservati in Brasile e Messico. Nei paesi anglosassoni come USA e Regno Unito la quota resta elevata, superando il 50 % del consumo energetico giornaliero.

Le diete dominati da questi prodotti sono caratterizzate da un’alta densità calorica, un eccesso di zuccheri, grassi saturi e sale, un apporto insufficiente di fibre e proteine di buona qualità, e un maggiore ricorso a additivi, conservanti e ingredienti di bassa qualità nutrizionale. Una vasta revisione — che include 104 studi longitudinale su larga scala — ha evidenziato che queste abitudini alimentari sono associate a un aumento del rischio di almeno 12 patologie croniche, tra cui obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, disturbi umorali (ad es. depressione) e mortalità prematura.

Secondo gli esperti dunque non è sufficiente considerare la semplice quantità di cibo consumato: conta la qualità nutrizionale, la composizione in macro- e micronutrienti, e la presenza di additivi o ingredienti di dubbia salubrità. Le evidenze rafforzano l’importanza di promuovere diete basate su alimenti freschi o minimamente processati, un’adeguata proporzione tra proteine, fibre, carboidrati complessi e grassi insaturi, nonché un consumo moderato di zuccheri e grassi saturi. Da un punto di vista di salute pubblica, diventa cruciale incentivare politiche nutrizionali che favoriscano l’accesso a cibi sani — e non solo calorici — per contrastare l’epidemia globale di malattie croniche legate all’alimentazione.

SaluteIn

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