Intervista esclusiva di Antonello Sette a Federico Faccenna, Dirigente Medico di I Livello UOC Chirurgia Vascolare del Policlinico Umberto I di Roma
Dottor Faccenna, le vene varicose hanno solo una valenza estetica, come verrebbe da pensare a chi non è addentro alla materia?
“Le varici degli arti inferiori rappresentano la patologia più benigna nell’ambito della chirurgia vascolare ma, se trascurate o curate male, possono avere conseguenze anche più che solo fastidiose. Tutti sappiamo che le varici, o vene varicose come vengono gergalmente chiamate, non sono esclusivamente poco belle da vedere ma, come tutte le malattie legate all’insufficienza venosa, si evolvono per stadi”.
Qual è la progressione degli stadi?
“All’inizio c’è una fase asintomatica, in cui ci si preoccupa essenzialmente delle implicazioni estetiche della patologia. Poi, fatalmente, con il trascorrere del tempo si manifestano i sintomi, ovvero i disturbi clinici, che sono essenzialmente rappresentati dall’edema, cioè dal gonfiore delle gambe e delle caviglie, con l’avvertita sensazione di peso e di stanchezza di una o di entrambe le gambe. C’è chi lamenta anche un vero e proprio dolore, soprattutto alla sera e dopo una prolungata posizione eretta. È, per l’appunto, la cosiddetta fase sintomatica, che è quella in cui le persone, che ne sono colpite, si rivolgono al medico e si sottopongono al fondamentale strumento diagnostico qual è l’ecocolor Doppler venoso degli arti inferiori. Se non si interviene tempestivamente in questa fase di patologia conclamata, possono sopraggiungere le complicanze patologiche delle varici, che sono le infiammazioni, le cosiddette flebiti, spesso accompagnate dalla contemporanea trombosi delle vene interessate e, in questo caso, si parla di tromboflebiti. Da qui, si sviluppa tutta una sequela dolorosa, che prevede la prescrizione di anticoagulanti, come le eparine, le cosiddette punture sulla pancia. Va ribadito che, anche in caso di guarigione, non si può escludere una successiva recidiva. Sono possibili anche le complicanze a più lungo termine, dell’insufficienza venosa cronica, contraddistinta dalle dermoipodermiti, volgarmente note come le caviglie e le gambe nere e, addirittura, in casi estremi, dall’apertura di ulcere varicose”.
Che cosa si può e deve fare per scongiurare le involuzioni degenerative delle vene varicose?
“Non si può parlare di terapie per l’insufficienza venosa, se prima non si comprende compiutamente qual è il meccanismo fisiopatologico, tipico della patologia delle varici, rappresentato dal reflusso”.
Che cosa è il reflusso?
“Sappiamo che le vene in generale e, quindi, anche quelle degli arti inferiori, sono condotti, che devono riportare al cuore il sangue refluo dalla periferia, vale a dire il sangue che ha già ossigenato i tessuti periferici. Questo sangue venoso degli arti inferiori, soprattutto quando siamo in piedi, ma anche quando siamo seduti, deve giocoforza compiere un viaggio all’incontrario, contro gravità, ovvero contro quella forza che spinge tutti i corpi, ivi compreso il sangue, dall’alto verso il basso. Un viaggio monodirezionale, che è possibile perché, all’interno delle vene, sono posizionate delle valvole che si aprono per permettere il passaggio del sangue e poi, nel momento immediatamente successivo, quando il sangue tenta con il suo peso di tornare verso il basso, si chiudono, fanno cioè tenuta stagna, e impediscono il reflusso. Tutto questo accade in assenza di irregolarità e patologie. In chi è affetto, invece, da insufficienza venosa queste valvole provvidenziali non funzionano, diventano progressivamente incontinenti, non chiudono, non fanno tenuta stagna, con il conseguente reflusso del sangue verso il basso e l’innesco di tutti quei fenomeni che, giorno dopo giorno, aumentano la pressione venosa periferica, dilatano le vene, e producono tutti i sintomi propri delle vene varicose”.
Perché è così importante ripercorrere il meccanismo del riflusso patologico?
“Perché ci permette di capire che l’unica vera prevenzione da un lato, e l’unica vera terapia dall’altro, dell’insufficienza venosa non può essere né una compressa, né una crema, né un gel, ovvero tutti quei fantomatici antidoti empirici che ci chiedono i pazienti durante le visite, nella speranza di scongiurare, quasi magicamente, il reflusso, ovvero il ristagno di sangue negli arti inferiori. L’unica opzione che può realmente indurre una spinta antigravitazionale al sangue venoso è rappresentata dall’elastocompressione. La famosa calza elastica è l’unico vero rimedio, tanto nella prevenzione, quanto nella terapia dell’insufficienza venosa. Può, ovviamente, cambiare, a seconda dei casi concreti, l’ampiezza e il grado della compressione, ma l’individuazione di una corretta strategia elastocompressiva rappresenta l’unico vero pharmakon, come dicevano i greci, per questa malattia”.
Al di là del farmaco c’è solo la chirurgia…
“Non voglio assolutamente sminuire il ruolo della chirurgia, ma bisogna preliminarmente capire, se si vuole affrontare un percorso chirurgico, che non è tout court alternativo, come si potrebbe credere, all’elastocompressione. Nella malattia varicosa la chirurgia rimuove, o alternativamente occlude, le vene varicose, ovvero le vene che sono malate in quel preciso momento storico. Non elimina l’insufficienza venosa che, in assenza di una prevenzione secondaria con la calza elastica, dopo qualche anno tornerà a manifestarsi quasi inevitabilmente con una recidiva. L’elastocompressione è, quindi, il leitmotiv, che deve accompagnare il paziente per tutta la vita. Se non lo capisce, passerà tutta la vita a rincorrere il problema”.
Quali sono le tecniche chirurgiche oggi come oggi maggiormente in voga?
“C’è ancora la chirurgia tradizionale ed è, quindi, sempre valido lo stripping della safena, quando ovviamente viene direttamente coinvolta. Oggi allo stripping si sono affiancate metodiche più giovani, ma altrettanto valide, che sostituiscono l’asportazione del vaso con la sua sclerosi, ovvero con la sua occlusione, praticabile con sonde specifiche che, tramite laser o radiofrequenze, provocano un insulto termico sulle pareti del vaso, determinandone l’occlusione. L’insulto può, peraltro, anche essere chimico, con l’utilizzo di una sclero-mousse. Sono tutte metodiche, peraltro in continua evoluzione, in grado di occludere il tratto di coscia della grande safena e di eliminare il reflusso dalla stessa proveniente. Rispetto allo stripping hanno tutte il vantaggio di evitare incisioni chirurgiche all’inguine ed eventualmente anche al livello della coscia. Sono, quindi, senza ombra di dubbio alcuna, più estetiche della metodica chirurgica tradizionale”.

