Dal Padiglione Zero di Expo Milano alle Procuratie Vecchie di Venezia, passando per il Salone del Mobile e la Biennale di Venezia. Greta Carandini ha firmato la regia creativa di alcuni tra i progetti più iconici degli ultimi anni, sempre con un obiettivo chiaro: trasformare l’arte in un’esperienza condivisa.

D: Greta, il tuo percorso parte dalla Bocconi e dalla NABA, due mondi apparentemente diversi. Come li hai conciliati?

R: A me piace pensare che la cultura umanistica e quella manageriale non siano opposte, ma complementari. Alla Bocconi ho imparato a strutturare un progetto e a renderlo sostenibile, alla NABA ho ritrovato la dimensione visionaria, quella capacità di immaginare. Lavorare nell’arte e nella cultura significa proprio muoversi su questi due piani.

D: Expo Milano 2015, Padiglione Italia a Dubai, Salone del Mobile, Biennale di Venezia: cos’hanno in comune queste esperienze?

R: La sfida di parlare a pubblici molto diversi. In tutti questi progetti il mio obiettivo era creare una narrazione capace di emozionare e informare allo stesso tempo. Penso al Padiglione Zero, la porta d’ingresso di Expo Milano: lì si raccontava la storia dell’uomo attraverso il cibo, con scenografie immersive che dovevano parlare tanto al visitatore occasionale quanto all’esperto.

D: Molti ti descrivono come “creative project manager”: cosa significa in concreto?

R: Significa saper trasformare un’idea in realtà, coordinando architetti, artisti, artigiani, tecnici e istituzioni. È un lavoro invisibile, ma fondamentale: il pubblico vede un allestimento finito, ma dietro c’è un dialogo continuo tra mondi diversi. È un po’ come dirigere un’orchestra: ogni strumento ha la sua voce, ma solo insieme si crea armonia.

D: C’è un progetto che porti nel cuore più di altri?

R: Sicuramente “The Home Venice”, lo spazio che abbiamo creato per la Fondazione The Human Safety Net all’interno delle Procuratie Vecchie, in Piazza San Marco. Quelle sale non si aprivano al pubblico da 500 anni: restituirle alla città con un percorso che intreccia arte, impresa e solidarietà è stato emozionante.

D: In un mondo sempre più digitale, che ruolo ha ancora l’arte dal vivo, quella che si tocca e si vive negli spazi?

R: Ha un ruolo fondamentale. Lo vediamo proprio ora: le persone cercano esperienze autentiche, luoghi che lascino un segno nella memoria. L’arte dal vivo stimola i sensi, crea relazioni. La tecnologia è un mezzo potentissimo, ma senza il calore umano e la bellezza condivisa rischia di restare sterile.

D: Se dovessi dare un consiglio a un giovane che vuole lavorare in questo settore?

R: Coltivare la curiosità, sempre. Non esistono percorsi lineari: la mia esperienza dimostra che si può arrivare a questo mestiere da strade diverse. E poi bisogna allenarsi a coniugare visione e pragmatismo: saper sognare in grande, ma anche trovare il modo per realizzare quei sogni.

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