Intervista esclusiva di Antonello Sette al Presidente emerito della Società Italiana di Medicina Generale Claudio Cricelli

Dottor Cricelli, il numero dei medici di famiglia lascia irrimediabilmente scoperti più di due milioni di italiani…

“Sappiamo tutti da alcuni decenni che a partire dal 2015 sarebbe scattata la cosiddetta “gobba pensionistica”. Molti medici sono entrati dal 1980 in poi e, quindi, era matematicamente prevedibile che sarebbero usciti fra il 2015 e il 2025. Bisognava, quindi, programmare per tempo un adeguato ricambio con un obiettivo preciso: tanti ne escono, tanti ne entrano. Purtroppo, nulla di tutto quello che era auspicabile e necessario è avvenuto e oggi ci troviamo, di conseguenza, in una situazione di conclamata crisi. Non abbiano un numero di medici di medicina generale in grado di assorbire i pazienti che non hanno più il loro vecchio medico”.

Si sta cercando di correre finalmente ai ripari?

“Si sta cercando un compenso, che potrà essere ragionevolmente raggiunto non prima di tre o quattro anni”.

Che cosa si intende per compenso?

“La soluzione escogitata è quella di aumentare il numero dei pazienti che ciascun dei nuovi medici di medicina generale, già entrati o sul punto di entrare in convenzione, è in grado di reggere. Abbiamo rotto lo storico massimale consentito di millecinquecento pazienti. I medici avevano una volta una media di mille, mille e cento assistiti a testa. Ora tutti i medici sono destinati ad averne più di millecinquecento”.

L’insufficienza dell’organico dei medici di famiglia è l’unico problema?

“A mio giudizio, non è l’unico e neppure il vero problema. Se vogliamo soddisfare le aspettative di cura di ciascun cittadino italiano, non dobbiamo fossilizzarci sul numero dei pazienti da prendere in carico. La verità è che la medicina generale italiana è composta solo da medici, dal momento che è povera, se non del tutto priva, di personale infermieristico e di studio. Una triste peculiarità tutta italiana”.

Che cosa comporta l’assoluta solitudine dei medici di famiglia italiani?

“Nel nostro beneamato Paese un medico deve sostenere da solo il carico di millecinquecento, milleottocento pazienti. Un carico, che diventa un’onda anomala, se le persone assistite arrivano tutte insieme. Credo, quindi, che il vero passo da compiere, di cui in molti ahimè fanno finta di non essere consapevoli, non sia quello di aumentare il numero dei medici, ma di avere, così come accade nella stragrande maggioranza dei Paesi extra confine, un adeguato numero di personale sanitario e amministrativo di supporto al medico, che assuma su di sé il disbrigo delle incombenze burocratico e, soprattutto, la presa in carico dei pazienti, che non è, e non deve essere, di competenza medica. La maggior parte delle funzioni, dal controllo della pressione alla somministrazione dei vaccini sino al triage, dovrebbero essere svolte dagli infermieri, mentre le pratiche burocratiche dovrebbero essere evase da personale amministrativo e, mai e poi mai, gravare sul medico. Questa unificazione coatta di compiti e ruoli ruba tempo ed energie alle funzioni di cura, che rientrano, per definizione, nella sfera esclusiva delle competenze mediche. La vera soluzione alla carenza di medici non sta, quindi, nel mero aumento del loro numero”.

Che cosa accadrebbe se si pensasse solo ad aumentare il numero dei medici e o dei pazienti consentiti?

“Avremmo medici di famiglia costretti a fare gli infermieri e gli impiegati di sé stessi”.

SaluteIn

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