Intervista esclusiva di Antonello Sette a Enrico Vizza, Direttore del Dipartimento Clinica e Ricerca Oncologica dell’IRCCS Regina Elena di Roma

Direttore Enrico Vizza, che cosa è l’oncofertilità?

“L’oncofertilità è una parola apparentemente strana, che sottende qualcosa di molto importante: la tutela della fertilità nelle donne giovani con una diagnosi di tumore, che non hanno figli e vorrebbero averli. Questa branca della medicina, che è in continua evoluzione, ha un ruolo chiave nell’alimentare le speranze di gravidanza, laddove la malattia è già insorta, più o meno minacciosa. È naturalmente necessario interagire a monte con l’oncologo e decidere insieme a lui, sulla base delle terapie necessarie per fronteggiare il tumore, come si può intervenire per tutelare la funzionalità dell’ovaio e dell’utero. La donna affetta da un tumore dovrà affrontare un intervento chirurgico, una chemioterapia o una radioterapia, che possono interferire, anche gravemente, con le funzioni proprie dell’ovaio, generandone un’insufficienza, che porta a una menopausa anticipata e all’impossibilità irreversibile di avere figli. L’oncofertilità ha come suo scopo di preservare, attraverso l’utilizzo di tecniche particolari, la funzionalità dell’ovaio, prima dell’inizio dei trattamenti oncologici, fondamentalmente della chemioterapia e della radioterapia”.

Quali sono le tecniche che utilizzate per preservare il desiderio di una donna, a cui è stato diagnosticato un tumore, di poter ugualmente coronare il sogno di divenire madre?

“Le strade percorribili sono essenzialmente due. La prima è il congelamento degli ovociti. Stimoliamo l’ovaio, estraiamo gli ovociti e li congeliamo, per utilizzarli successivamente, quando, esperiti tutti i trattamenti di contrasto al tumore, la paziente sarà guarita. Un’alternativa a questo primo approccio è l’espianto dell’ovaio. Viene, in particolare, prima asportata e congelata la corticale dell’ovaio dove sono presenti in grande quantità gli ovociti primordiali. Anche in questo caso, trascorsi alcuni anni dalla guarigione, ripiantiamo i frammenti di ovaio dopo averli scongelati, nello stesso ovaio da dove erano stati prelevati in modo da ristabilire non solo la funzionalità riproduttiva, ma anche quella ormonale, con la ripresa delle mestruazioni. Sono due strategie, che hanno cambiato le prospettive delle giovani donne, permettendo loro di preservare la riserva ovarica, prima di procedere alla chemio o alla radioterapia, e poi reintrodurla in una successiva fase di conclamata guarigione”.

Le due tecniche, di cui stiamo parlando, sono interscambiabili fra loro?

“Le due tecniche hanno, in realtà, indicazioni diverse. L’espianto dell’ovaio viene utilizzato prevalentemente nelle ragazze prepubere, che non hanno, quindi, ancora completato lo sviluppo, perché è l’unica via a disposizione, e nelle pazienti postpubere che devono iniziare trattamenti radioterapici e chemioterapici in tempi brevissimi e che non possono, quindi, aspettare i venti o trenta giorni necessari per avere a disposizione gli ovociti maturi. L’altra tecnica, ovvero quella del congelamento dei singoli ovociti, è utilizzata, quando la donna è già sviluppata da un punto di vista ormonale e, soprattutto, ha almeno una trentina di giorni a disposizione, dal momento della diagnosi all’inizio della chemioterapia o della radioterapia”.

I risultati sono incoraggianti?

“Il risultato del metodo del congelamento degli ovociti sono buoni, anche se inferiori a quelli che si ottengono nelle aspiranti madri non oncologiche  mediante la PMA. Per quanto riguarda l’asportazione del tessuto ovarico, non esiste un termine di paragone, perché si fa nelle sedi oncologiche e. soprattutto, a un’età prepubere. Esiste nella letteratura scientifica la documentazione di più di cento bambini nati portati a termine con il trapianto ovarico. È una tecnica relativamente recente, che è ancora considerata sperimentale. Non si può, quindi, al momento fare un confronto fra i risultati ottenibili con le due tecniche”.

A prescindere dalle percentuali degli esiti favorevoli, la notizia apre un nuovo mondo di prospettive. La maternità non è più un obiettivo precorribile solo dalle donne non oncologiche. Lei, come comprende, è portatore di una grande speranza…

“È una grande speranza, la cui realizzazione dipende anche, se non soprattutto, dalla loro conoscenza da parte delle donne interessate e dei genitori. Se non conoscono l’esistenza di questa possibilità e l’oncologo non la prospetta loro per tempo, è una chance che si perde nel nulla. Un aspetto fondamentale è, quindi, quello della comunicazione e dell’informazione, che interessa sia gli oncologi, che fanno la diagnosi e decidono i trattamenti più idonei, sia le donne e i genitori delle più giovani, perché devono essere tutti coscienti che la maternità è possibile, anche in presenza della spada di Damocle di un tumore maligno. L’altro aspetto fondamentale è la vincente tempestività della diagnosi e dei trattamenti da predisporre per fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere il tumore. Solo la velocità della diagnosi può consentire un inserimento efficace delle tecniche, che ho prospettato, prima che inizino i trattamenti di cura e che sia, quindi, troppo tardi. È essenzialmente la tempestività della diagnosi a permettere alle donne oncologiche di intraprendere il percorso parallelo della conservazione degli ovociti o dell’asportazione dell’utero, che può consentire loro il coronamento del sogno, non più ineluttabilmente infranto, di avere un figlio, nonostante la malattia. Informazione alle pazienti e tempestività. Due parole chiave, che danno voce alla grande speranza per cui ci battiamo ogni giorno all’Istituto Tumori Regina Elena. Tempestività significa, innanzitutto, che la paziente non sia costretta a perdersi nei meandri delle strutture sanitarie perdere troppo tempo, perché dal tempo, in questo caso, dipende la grande opportunità di diventare madri a dispetto di una malattia che provoca, di per sé, ansie e paura. Una nuova vita può essere il migliore viatico per uscire da tutte le ombre da cui ci si può sentire avvolte. La vita generata può rendere più agevole il definitivo percorso di guarigione di chi quella difesa l’ha tenuta dentro di sé e messa al mondo”.

Per le donne interessate si possono rivolgere alla Banca del Tessuto Ovarico e delle Cellule Germinali presso l’IRCCS Regina Elena (bto@ifo.it).

SaluteIn

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