Intervista esclusiva di Antonello Sette a Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici

“Quello che sta accadendo è incredibile. Lo Stato non è in grado di assicurare la salute ai cittadini e per rimediare preleva arbitrariamente soldi dalle casse delle aziende medicali. Il payback è una tassa che serve a coprire le spese sanitarie delle Regioni, che non hanno ricevuto dallo Stato il budget necessario. Che le aziende debbano contribuire in proprio alle spese per la salute dei cittadini italiani lo hanno detto, a chiare lettere, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e il presidente della Regione Toscana Toscana Eugenio Giani. E’ una cosa che non accade neppure nelle Repubbliche del Sudamerica. E’ una cosa pazzesca”.

Il presidente di Confindustria Dispositivi Medici Massimiliano Boggetti non usa mezzi termini per descrivere il payback, il prelievo forzoso e insensato che rischia di mettere in ginocchio le aziende che rappresenta. Gli chiedo come sia possibile che non si riesca a fermare il treno della follia…

“Il treno non si ferma per l’effetto palla di neve. Il provvedimento, che introduce il payback, fu varato nel 2015, in un momento in cui il dissesto regionale era particolarmente rovinoso e le spese sanitarie apparivano fuori controllo. Era l’epoca in cui tutti si affannavano a prospettare fantomatici piani di rientro o sovrattasse dedicate. Quello del payback era un provvedimento che si inseriva nell’ottica tutta ideologica, in base alla quale le industrie, che producono rimedi per la salute e guadagnano con i soldi pubblici, era giusto tassarle. Si capì, però, ben presto che era un provvedimento di lana caprina, non solo dal punto di vista logico, ma anche da quello dell’applicabilità e infatti fino ad oggi non era mai stato attuato. Le aziende hanno partecipato a gare pubbliche d’appalto e hanno assicurato alle Regioni forniture, che non potevano e non possono sospendere, pena la denuncia per interruzione di pubblico servizio. È , quindi, assurdo che venga loro richiesta la restituzione di una parte di quelle forniture o un pagamento risarcitorio, oltretutto retroattivo, su cui le aziende hanno già pagato le tasse, e senza alcun riferimento all’entità della fornitura. Il payback, non dimentichiamolo, si misura sulla base delle quote di mercato che un’azienda possiede in una determinata Regione. E’ un meccanismo con ogni evidenza folle, al punto che all’inizio si pensò di chiuderlo in un cassetto e di spegnerlo, anche perché avrebbe sicuramente generato una valanga di ricorsi, a causa di un meccanismo talmente complicato che neppure alla fonte sapevano come applicarlo. Poi, però, a mano a mano che rotolava, la palla si è, anno dopo anno, gonfiata, sino ad arrivare al valore boom di 2,2 miliardi. Una dimensione che ha ingolosito il Governo, convincendolo che quella cifra spropositata non dovesse essere sprecata, ma utilizzata per ripianare almeno una parte dei buchi regionali. Il ripensamento è stato determinato anche da quel po’ di inesperienza, di malizia e, diciamolo pure, di cattiveria, che hanno accompagnato la presa di coscienza dello stato agonizzante del servizio sanitario nazionale”.

Ma si dovrà pure trovare il modo di fermare la folle corsa del treno che conduce al precipizio, pomposamente chiamato payback…

“Il problema della salute in Italia è il sottofinanziamento che da anni non solo noi, ma anche tutti gli osservatori e gli addetti denunciano. Nell’ultima previsione di questo Governo siamo addirittura scesi sotto il 3,4% del Pil totale. Una percentuale al ribasso che va a incidere profondamente sulla qualità della vita dei cittadini. Delle due l’una. O questo Governo, ma dal punto di vista ideologico non credo sia pronto a farlo, dice agli italiani che la sanità universalistica non è più disponibile oppure trova i soldi per rifinanziarla. Una cosa è certa. La soluzione non può essere una misura vessatoria, incostituzionale e folle, quale è il payback”.

SaluteIn

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