Intervista esclusiva di Antonello Sette al professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri

“E’ stata un’esperienza drammatica, soprattutto all’inizio. Vedere tanti colleghi lottare contro la morte nelle sale di rianimazione, due, cinque, venti malati che avevano difficoltà a respirare, la vita in bilico, la morte, è stato terribile. Ricordo di aver detto a un mio amico: qui moriamo tutti”.

Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, racconta l’esperienza più angosciosa della sua vita di medico, come il navigante la tempesta, che ha squassato la barca, rischiando di farla affondare. Professore, dicono che è tornato il sereno e che il Covid è ormai niente più che un virus influenzale…

“Il Covid può ancora essere una malattia grave, se non si prendono adeguate precauzioni. Del resto, anche l’influenza può provocare, come è accaduto in passato, migliaia di morti. Il Covid rappresenta ancora un pericolo nelle persone che hanno più di 60 anni, già afflitte da malattie, come diabete, ipertensione, insufficienza renale, scompenso cardiaco o con il sistema immune compromesso per ragioni congenite o perché devono assumere farmaci che interferiscono col sistema immune come nel caso di chi è in cura per un tumore o ha ricevuto un trapianto di organo o di midollo”.

Professore, quale è lo stato di salute del nostro sistema nazionale dopo quasi tre anni di pandemia?

“Lo stato di salute del nostro sistema sanitario nazionale è quello di un malato grave. E’ un sistema che è bellissimo sul piano teorico, ma che nella pratica è andato via via perdendo tutte le sue caratteristiche. Non è più un sistema universale perché un cittadino italiano, che vive al Sud, non ha la stessa possibilità di essere curato che ha chi vive al Nord. Non è più un sistema improntato a quella solidarietà, per cui era nato. È un sistema che non è uguale per tutti. Avere prestazioni gratuite di livello è sempre più difficile, perché ci sono i ticket, le vie preferenziali, l’intramoenia. Così ti dicono che puoi essere curato subito solo se paghi, altrimenti devi aspettare, anche per esami (TAC o risonanza magnetica) urgenti o per interventi che richiederebbero un’attenzione medica immediata. Medici e infermieri guadagnano troppo poco e magari cercano altre soluzioni. Come quella ultima del medico a gettone, che è una novità molto preoccupante. Si dovrebbe tornare a quei principi fondanti del sistema sanitario nazionale, che si sono, uno dopo l’altro, persi per strada anche perché da anni la sanità è sotto finanziata in rapporto alle esigenze del nostro Paese.

Purtroppo gli interessi, che ruotano intorno alla sanità sono tanti, troppi.

Lo scetticismo sui vaccini, anziché arretrare, sembra crescere e moltiplicarsi, coinvolgendo anche la magistratura, la politica, persino il Governo. Le faccio due esempi. L’avvocato Mauro Sandri ha sostenuto davanti alla Corte Costituzionale che tutti i dati riguardanti la pandemia, a partire dal numero dei morti e degli effetti avversi, sarebbero stati manipolati. Non bastasse, come sa meglio di me, il sottosegretario alla Salute in carica Marcello Gemmato è arrivato a dire che forse senza i vaccini non sarebbe stato peggio…

“All’avvocato Sandri dico che non è vero. The Lancet ha dimostrato che, solo nel 2021, grazie ai vaccini sono stati risparmiati nel mondo 20 milioni di morti. Nulla aveva mai ottenuto un risultato paragonabile a questo. In Italia i dati ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità attestano che sono state evitate 150mila morti. Per quanto riguarda il sottosegretario alla Salute, io non giudico i politici, ma i fatti. Sulla validità dei vaccini c’è una quantità di dati che sono, come dicono gli inglesi, “undisputable”. C’è un bellissimo grafico, che io ho visto per la prima volta nel corso di un meeting in Sudafrica, che mostra quello che è accaduto in Inghilterra fra la prima e la seconda ondata. Nella parte sinistra della figura aumentano progressivamente il numero dei contagiati e parallelamente aumentano i morti. Nella parte destra, che si riferisce alla seconda ondata, aumentano progressivamente i casi, ma non i morti, che si riducono a numeri molto piccoli. In mezzo ci sono stati i vaccini.

Lei è stato pesantemente attaccato dai massmediologi no-vax. L’hanno addirittura accusata di aver cambiato idea sui vaccini per timore di essere scomunicato dall’accademia medica…

Non è così, ho sempre sostenuto gli stessi principi, adattando quanto dicevo alle conoscenze man mano disponibili nella letteratura internazionale. I vaccini prevengono la malattia grave e di conseguenza riducono la necessità di ricorrere all’ospedale e, quindi, vanno assolutamente fatti alle scadenze che conosciamo. Se uno però si ammala o perché non è stato vaccinato o, se è stato vaccinato, perché comunque il vaccino non elimina la possibilità di infettarsi e di contagiarsi, va curato e questo lo si può fare a casa con antiinfiammatori non steroidei come hanno dimostrato i nostri e molti altri studi della letteratura”.

Che cosa risponde a chi sostiene che tutta l’attenzione è stata rivolta ai vaccini, a scapito dei protocolli di cura?

È molto complicato progettare protocolli di cura in una situazione di emergenza. Nonostante questo, ne sono stati fatti tantissimi. Purtroppo molte delle cure che sono state proposte hanno dimostrato di non essere efficaci nel ridurre la gravità dell’infezione. Ci sono stati però risultati molto incoraggianti nel campo dei farmaci antivirali e degli anticorpi monoclonali, anche se – e questo lo abbiamo appena scoperto – con le ultime varianti gli anticorpi monoclonali funzionano poco per un fenomeno di immunoevasione (le varianti più recenti del virus hanno imparato a sfuggire al sistema immune così anche gli anticorpi sono meno efficaci)”.

Professore mi racconta una storia o un episodio che l’hanno particolarmente colpita? Nonostante abbia una lunga esperienza medica sul campo, qualcosa è cambiato dentro di lei? Le è capitato di piangere di fonte all’ineluttabilità di una morte o di una sofferenza?

“Io sono molto emotivo, mi commuovo facilmente quindi non faccio testo. Mi è certamente capitato di piangere nei giorni drammatici vissuti a Bergamo. C’è una persona particolare che nessuno di noi avrebbe voluto perdere, ma non voglio dire altro. È dentro una sfera privata, preferirei non parlarne”.

SaluteIn

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