Intervista esclusiva di Antonello Sette ad Alessandro Nobili, responsabile del Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto Mario Negri di Milano

Dottor Nobili, grazie ai fondi del Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza, la medicina italiana rivoluziona i suoi tradizionali modelli organizzativi per le cure primarie. La casa della comunità è la nuova frontiera della medicina territoriale?

“La casa della comunità è il punto di arrivo di una riorganizzazione dell’assistenza territoriale, che per molti anni è stata gestita in modo eterogeneo dalle Regioni. Alcune, ma non tutte, si erano già organizzate in strutture articolate, dove diversi professionisti lavorano in modo integrato. Le case della salute sono, però, sorte a macchia d’olio, senza una vera omogeneità territoriale, neppure all’interno delle Regioni, per così dire più virtuose. Grazie alle risorse, specificatamente destinate dal PNRR alla riorganizzazione del sistema sanitario nazionale, peraltro messo definitivamente in crisi dalla pandemia, è stato emanato il decreto numero 77 del ministro della Salute, di concerto con quello dell’Economia e delle Finanze, a richiesta elaborato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali. Il decreto interministeriale ha definito i nuovi modelli standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale e previsto la dislocazione su tutto il territorio nazionale di 1350 strutture, che un po’ bizzarramente hanno cambiato nome, chiamandosi nella nuova versione case della comunità e non più della salute”.

Tutto sta precedendo secondo i piani prestabiliti o, come troppo spesso avviene. in questo bellissimo, ma complicato Paese, già si intravvedono all’orizzonte ostacoli o, addirittura, veri e propri intoppi?

“La nuova proposta, certamente innovativa, ha, tanto per cominciare, un difetto, per così dire congenito. Pensa ai muri, anziché ai contenuti e, soprattutto, non si preoccupa di coinvolgere i diretti interessati, a cominciare dai medici di famiglia, che a tutt’oggi sono, a tutti gli effetti, i responsabili e i gestori di tutte le cure primarie. Questa esclusione ha creato grandissime difficoltà nella fase attuativa in corso, oltretutto ingigantite dalla necessità di fare in fretta, pena la perdita dei fondi stanziati dalla Comunità Europea. Più che una corsa contro il tempo, è diventata una rincorsa. Per capire come le Regioni si stanno via via riorganizzando, prendo ad esempio la Lombardia, che stiamo prendendo in esame nel dettaglio con un progetto dedicato. In Lombardia dovrebbero sorgere 219 case della comunità. Anche qui c’è una grande resistenza da parte dei medici di medicina generale ad entrare nelle nuove strutture, il che equivale a dire che la riorganizzazione è in crisi, già prima della partenza. Se non si mettono nero su bianco le modalità di ingresso e di coinvolgimento dei medici di base, c’è  il fondato rischio di creare dei servizi paralleli, con buona pace del modello  integrato, nelle intenzioni chiamato a mettere in piedi una squadra, nelle cui file dovrebbero convivere e proficuamente collaborare  le componenti sanitaria, assistenziale e sociale: medici di medicina generale, infermieri e assistenti sociali”.

Le case della comunità si prenderanno cura di tutti i cittadini o solo dei malati cronici?

“Non si prenderanno cura solo dei malati cronici, ma sicuramente saranno loro i maggiori utenti. L’altro scopo delle case della comunità è quello di creare delle tipologie di servizi, che siano dei punti di riferimento e di accesso per l’assistenza territoriale. Anche in questo caso, c’è da domandarsi se abbiano tenuto in debito conto le differenze territoriali, perché una cosa sono le grandi città, un’altra le aree extraurbane, rurali e montane, dove per gli abitanti sarà sicuramente più complicato individuare e raggiungere la comunità di riferimento, distante, in ipotesi, 40 o 50 chilometri”.

Allo stato degli atti, non le sembra che sopravviva l’arcano mistero di come faccia il povero cittadino a scegliere tra il medico di famiglia e la casa della comunità?

“Tutti continueranno ad avere in dotazione il medico di famiglia, ma è evidente che, se non andrà anche lui a lavorare all’interno delle nuove strutture, portando con sé tutti i suoi assistiti, sorgerà un problema di impossibile soluzione. Nessuno saprà più dove e da chi andare e le case della salute assomiglieranno, in tutto e per tutto, a quelle che, pur senza chiamarsi case della salute o della comunità, già notoriamente esistono. Sto parlando dei famosi poliambulatori, dove i medici di famiglia non si sono mai visti”.

SaluteIn

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