Intervista esclusiva di Antonello Sette a Massimo Chiaretti, specialista in Scienza dell’Alimentazione, Dietoterapia, Nutrizione Clinica e specialista in Chirurgia Generale della Casa di Cura Santa Famiglia. È stato Professore Aggregato e Ricercatore Equiparato in Chirurgia Generale presso la Facoltà di Farmacia e Medicina dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
Dottor Chiaretti, quando nascono le sue due passioni, prima per la nutrizione e poi per la chirurgia?
“Mia madre era infermiera. Il suo lavoro e il contesto dove operava, da bambino mi piacevano e attraevano molto. Avendo brillantemente frequentato l’Istituto Tecnico Aereonautico “De Pinedo” pensavo che fosse consequenziale proseguire con ingegneria. Ho fatto un solo esame e mi è bastato per capire che non era quella la mia strada. La sera stessa ho deciso, seduta stante, che avrei studiato medicina. Mi sono subito sentito a mio agio ottenendo agli esami, quasi sempre il massimo dei voti, rafforzandomi nella convinzione di aver individuato il giusto corso di laurea per me. Nasco come nutrizionista, perché a metà degli anni ’80 mi sono inserito, per caso, in un gruppo di lavoro che si occupava di nutrizione clinica e artificiale, quando questo campo specialistico non era ancora perfettamente codificato e tutte le procedure erano ancora perfezionabili. Era una branca della medicina che cominciava a muovere i primi passi e a me piaceva moltissimo, perché ricerca ed evoluzione andavano di pari passo”.
Poi, però, la nutrizione pura e semplice non deve più esserle bastata, visto che decide di specializzarsi anche in chirurgia…
“Della nutrizione clinica ero stato uno dei pionieri. Mi sembrava che tutto fosse diventato troppo facile e, partendo dall’inconfutabile circostanza che, come nutrizionisti, eravamo di supporto a chirurghi d’urgenza, chirurghi generali, urologi, neurochirurghi, che aiutavamo a risolvere le complicanze delle loro performance, ho deciso di specializzarmi anche in chirurgia d’urgenza e pronto soccorso e cimentarmi direttamente.
Per dieci anni sono stato un chirurgo d’urgenza, facendo ovviamente tesoro della mia competenza in nutrizione clinica. I successivi anni mi sono occupato di chirurgia generale in elezione, e gli ultimi cinque, chirurgia bariatrica (esercitando simultaneamente le due specializzazioni), ottimizzando la preparazione del paziente obeso alla chirurgia, al fine di ridurre al minimo i rischi operatori”.
IL suo ambito lavorativo si è sempre identificato con la sanità pubblica?
“Si, ho insegnato, fatto ricerca clinica e lavorato nel Policlinico Universitario Umberto I di Roma, pubblicando 158 lavori scientifici, comprese alcune monografie e capitoli in alcuni manuali di chirurgia. Ho insegnato chirurgia generale agli studenti degli ultimi due anni del corso di laurea e anche in 4 Corsi di Scienze Infermieristiche. È stata una bellissima esperienza, perché mi ha regalato la possibilità di trasferire agli studenti le cognizioni e le esperienze maturate sul campo. Ero nella posizione giusta per far capire loro quanto fosse importante studiare e sapere tutto, senza tralasciare nulla perché, quando sei al letto di un paziente grave, se non sei veramente preparato puoi non risolvere il problema, oppure sei costretto a chiedere aiuto, ma non è detto che lo trovi, in tempo”.
Come è nata la possibilità di collaborare con la Casa di Cura Santa Famiglia?
“Premesso che non avevo mai messo piede fuori dall’Umberto I, mi è stato prospettato da Colleghi la possibilità di collaborare con la Santa Famiglia, dove già lavoravano con piena soddisfazione. Ho mandato il Curriculum. Sempre occupatissimi, non riuscivo più a parlare al telefono per ottenere un appuntamento, quindi mi sono presentato in Casa di Cura, sono stato presentato direttamente, nel corso di una riunione operativa. Senza formalità, mi hanno fatto alcune domande argute. E’ iniziata immediatamente questa mia nuova avventura. È andato tutto de plano, con una naturalezza tutt’altro che scontata. Credo che in Santa Famiglia chi è chiamato a decidere il “Casting” abbia grande talento e tutta l’esperienza necessaria per capire se chi si propone possa soddisfare, oppure no, l’elevato standard scientifico e assistenziale, la esigenze e le aspettative, professionali e umane, identitarie della Casa di Cura Santa Famiglia”.
Qual è stato l’impatto con una struttura privata, dopo una vita sino a quel momento interamente trascorsa in un policlinico universitario pubblico?
“Non ho incontrato nessuna difficoltà nell’ambientamento. Io ho sempre lavorato tantissimo, con passione e dedizione, perché altrimenti non resti a galla in un ospedale come il Policlinico Umberto I. Lì le chiacchiere stanno a zero. Si lavora in prima linea e, o ci metti anima e corpo, o lì non puoi restare. Passare dal campo di battaglia alla Santa Famiglia è agevole perché ero già abituato ad alte e continue prestazioni. Mi sono trovato in un ambiente perfetto per me, anche perché al centro dell’attenzione hanno posto la donna mamma, o la giovane donna che mamma diventerà, con tutta una serie di esigenze, alcune parte nel mio campo di azione, che vengono valutate, comprese, e risolte, come ad esempio, i disturbi del comportamento alimentare o di far tornare in tempi ragionevolmente rapidi le partorienti al loro peso forma, preparare pazienti in sovrappeso alla chirurgia per esempio di ernia o laparocele”.
C’è qualcosa di originale che porta in dote alla Santa Famiglia?
“C’è una mia linea di ricerca, ancora attiva, che riguarda il trattamento della cisti pilonidale, senza chirurgia. Sembrerà strano, ma in casi selezionati, questa soluzione da me studiata e sperimentata, non è presente in letteratura scientifica. Ho un’esperienza di 4 casi iniziali, tutti andati a buon fine, come mi ha confermato anche un paziente che ho incontrato proprio alcuni giorni fa”.
Al di là dell’ambiente confortevole e dell’organizzazione ineccepibile, ha notato qualche differenza specifica positiva fra una Casa di Cura del livello della Santa Famiglia e le strutture pubbliche simili?
“Si in ambito pubblico l’impostazione è ultra settorializzata e non è né semplice né scontato ottenere una apparecchiatura diagnostica nuova di zecca. Alla Santa Famiglia avrò a breve a disposizione un impedenziometro di ultimissima generazione, che consentirà di seguire, in modo avanzato, passo dopo passo, tutte le modificazioni della composizione corporea delle persone che verranno visitate”.
Mi rimane un’ultima curiosità, caro dottore. C’è un moderno refrain, ripetuto da ogni parte e a ogni piè sospinto, che invoca la necessità di fare, sempre e comunque, largo ai giovani. Dunque, l’esperienza, che già ai tempi di Socrate a Platone veniva equiparata a una somma risorsa, non serve a niente, quando non è considerata, addirittura, controproducente…
“L’esperienza porta saggezza e quella virtù preziosa qual è la moderazione. Pensi, per farle un esempio, al dosaggio e alla durata degli antibiotici o i farmaci in urgenza. All’inizio della mia carriera, li somministravamo sempre a dosi piene. Poi, con l’esperienza, mi sono accorto che riducendo la quantità e la durata del trattamento, il risultato era quello atteso, senza sovraccaricare il metabolismo del paziente. Inoltre, ho cominciato a valutare a pieno l’importanza della prevenzione. Non so se i giovani medici abbiano tutti questa moderazione. Del resto, come dice un adagio, si nasce incendiari e si muore pompieri. Un mestiere benemerito anche in medicina, laddove a dover essere spenti sono gli eccessi”.

